Corriere Alto adige 6 marzoCondividi
Oggi alle 10.14
La testimonianza di una studentessa del Bangladesh. «Darei la vita per l’Italia»
Le contraddizioni interetniche della nostra società viste con gli occhi di una ragazza originaria dell’Asia
Io abito in Viale Trento, dove da alcuni giorni hanno appeso dei palloncini e dei cartelli, firmati da un partito politico, con slogan e messaggi dal mio punto di vista non molto corretti. Io, leggendo quei cartelli, ho provato un senso di insicurezza.
Ho avuto la sensazione che questi individui che li hanno creati provassero un odio profondo nei confronti degli extracomunitari, come se avessero da sfogare da tanto tempo, vendicandosi, un terribile sentimento del quale sono responsabili proprio gli immigrati.
Io non me ne intendo proprio di politica e di partiti, perché non seguo questo argomento sui giornali o in TV, e quindi non saprei nemmeno che messaggio vogliano trasmettere i diversi partiti.
Però quei cartelli sembrano abbastanza espliciti, i componenti di quel partito esprimono abbastanza chiaramente le loro idee; o almeno così mi è parso. Oltre che in Viale Trento, intorno per la città se ne vedono altri con scritte di questo tipo: «No alle moschee in Alto Adige» (e sopra la foto di Bin Laden e le Torri Gemelle che crollano); oppure le foto dei Pellerossa che hanno subito l'immigrazione e ora vivono nelle riserve…
Io, ma non solo io, sono del parere che in genere in Italia gli immigrati hanno avuto accoglienza a braccia aperte, su questo non c'è niente da dire. Però purtroppo mi è anche capitato, per qualche attimo, di essere vittima di razzismo verbale, e dev o ammettere che non è una cosa che non lasci un'impronta profonda essere insultati per la propria provenienza, è bruttissimo sentire offendere la propria etnia.
È nefasto generalizzare, attribuendo un'ideologia a un intero gruppo etnico anche se magari il campione di persone su cui si ragiona è troppo piccolo. Certe volte il pregiudizio può veramente raggiungere livelli di pensiero e di linguaggio bassissimi. Non riesco a capire come possa essere così difficile comprendere che non può mai capitare che in un determinato gruppo etnico ci siano solo persone «corrette» o «non corrette». In tutti i popoli ci sono sia persone «buone» che «cattive», ma per fortuna il numero dei «buoni» sarà sempre superiore a quello dei «cattivi».
È molto ingiusto commentare i fatti generalizzando, soprattutto nei confronti delle persone «giuste», e se esistesse in un certo popolo anche una sola persona « buona » , anche allora chi commenta certi fatti generalizzando sbaglia, perché è ingiusto nei confronti di quell'unica persona. Quel giorno mi domandavo se la mia religione fosse tanto violenta da invitare a diventare terroristi . Ma la mia religione invita a soffrire per la foglia di un albero che cade, e come può la stessa religione comandare di trasformarsi in kamikaze?
L'altro giorno una mia amica mi raccontava un episodio successo mesi fa. I musulmani avevano chiesto al Comune un terreno per costruire una moschea e i rappresentanti di quel certo partito avevano deciso che, oltre ad offrire carne suina a tutti nelle vicinanze, avrebbero fatto pascolare e fare i propri bisogni ai maiali sul terreno che i musulmani, avendo deciso di costruirvi una moschea, consideravano sacro, sapendo che si trattava di un enorme insulto per le persone e il mondo islamico. Allora mi sono domandata: ma se ciò fosse veramente accaduto, come sarebbe stato possibile che le gente comune non li correggesse, non facesse niente? È forse così difficile distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è?
Un'altra domanda che io mi sono sempre posta: com'è potuto essere che l'umanità abbia permesso che accadesse quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale? Non so, forse esagero, ma pur molto insicura mi chiedo: c'è molta differenza fra questi atti di oggi e quelli di settant'anni fa?
Magari quel partito avrà anche ragione, così come tutti coloro che lo sostengono, però secondo me ci sono maniere diverse per prendere certi provvedimenti a proposito di certe situazioni delicate, come per esempio il tema dell'integrazione degli immigrati. Io capisco anche che tutti i partiti, le associazioni e gli addetti alla soluzione di questi problemi molto difficili, che richiedono tanta responsabilità, stanno dando il meglio di loro stessi. Però potrebbe anche essere che certi slogan e messaggi aumentino solo la tensione e la preoccupazione della popolazione, che provochino solo furia nei confronti degli immigrati. Forse esagero, ma i metodi che si stanno utilizzando per trasmettere alla popolazione certe idee non è che siano diversissimi da quelli utilizzati settant'anni fa in Europa.
Io comprendo che è normalissimo provare certi sentimenti nei confronti degli immigrati, è normale che vengano considerati «diversi». È addirittura normale anche avere un po’ paura di fronte ai gruppi di immigrati. È ovvio che sono diversi, certe persone portano su di sé anche degli indicatori, come ad esempio il colore della pelle; si vede, è logico, che sono diversi, non potranno di certo cambiare pelle.
C'è comunque sempre nei loro confronti questo sentimento che li distingue e li mette nella parte di «loro», c'è sempre in mezzo la parola «diversi», per quanto siano o si sentano integrati. È abbastanza normale, quando gli immigrati combinano qualcosa di brutto, precisare nei titoli dei giornali di che nazionalità sono: «Tre cinesi hanno ucciso un bancario», «Due marocchini hanno rubato in un supermercato», «Albanese ubriaco travolge un bambino con la macchina».
È molto importante, secondo me, che gli italiani ricordino che anche l'Italia è stato un paese di emigrazione, dovrebbero cercare di capire cosa vuol dire non essere a casa propria. In Germania, fino a qualche anno fa, all'ingresso di alcuni locali c'era un cartello che diceva «Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani», e quindi dovrebbero comprendere quanto siano nefasti certi insulti e che cosa vuol dire non sentirsi a casa propria,
sempre tenendo in considerazione che nessuno abbandona la propria casa senza motivi seri! E credo che gli italiani lo facciano, lo capiscano: sono molto accoglienti.
Io sono fiera di essere nata in Bangladesh, la mia patria è per me il posto più bello del mondo, al quale sono legati tutti i ricordi della mia infanzia, nei quali sono immortalati molti miei preziosissimi e indimenticabili momenti. Però sto vivendo in Italia la mia adolescenza, quello che, si dice, dovrebbe essere il periodo più bello della vita, durante il quale si vivono emozioni e sensazioni intensissime. È proprio in questo Paese che ho stretto le mie prime amicizie, ho cominciato a conoscermi, a sentirmi qualcuno. Sono orgogliosa di poter parlare una lingua così bella e completa come l'italiano; e, pur essendo di altra madrelingua, di poter trasmettere grazie ad essa i miei pensieri, di aver vinto il premio della Società Dante Alighieri per il suo studio.
Sono molto contenta di poter apprendere tante arti di questa nazione.
Questo Paese mi trasmette veramente tanto. Il mio rispetto per questa nazione e questa cultura è forse inspiegabile, ma io cerco di prendere il meglio dalle due culture. Amo questo Paese quanto il mio: se ci fosse bisogno, un giorno, sarei pronta a dare per esso la mia vita.
*** Oggi abbiamo dedicato le due ore di italiano alla discussione di argomenti di attualità, tra cui lo scontro fra immigrati e italiani. È stata una lezione significativa, in quanto il professore ci ha spiegato molto bene alcuni fatti che riguardano gli stranieri. Ho avuto risposta ad alcune domande che non ero mai riuscita a fare, perché le ritenevo inopportune. Ho meditato a lungo ed ho capito molto bene una cosa: è fondamentale in certi casi poter contare sull'appoggio di un'autorità. Così, quando un individuo si trova ad affrontare una persona che lo insulta per la sua origine etnica, potrà sentirsi a proprio agio e far ragionare chi ha di fronte, non provando alcun senso di autodisprezzo per aver tradito la propria patria, per essere fuggito dal suo futuro, per aver abbandonato la propria terra fertile, come invece spesso accade in questi casi. Di solito in queste situazioni la vittima pensa di essere culturalmente deprivata, sfortunata, e queste sensazioni la spingono a non aprir bocca, a non lottare contro le idee errate che regnano nella mente di chi ha di fronte. Con l'appoggio di una qualsiasi autorità, invece, l'individuo riesce ad avere ancora qualche filo di speranza, a rendersi conto che lui è «legale», che ha ragione; che un'autorità ufficiale lo sostiene, e che deve sentire il dovere di difendersi e di fare ragionare chi lo ritiene una nullità.
domenica 7 marzo 2010
martedì 2 marzo 2010
Chi ruba la terra e il cibo all' Africa
Repubblica — 26 gennaio 2010
NEL mese di agosto del 2009 il re saudita Abdullah ha festeggiato il primo raccolto di riso realizzato in Etiopia. E al riso seguiranno orzo e grano. Cresciuta in mezzo al deserto come tutti gli Stati del Golfo, l' Arabia Saudita ha scelto di risolvere il problema del cibo accaparrandosi terre coltivabili sull' altra sponda del Mar Rosso, nel Corno d' Africa: in Paesi come l' Etiopia, con 10 milioni di affamati, o come il Sudan, che non riesce a uscire dall' immensa tragedia del Darfur. È un fenomeno nuovo (iniziato circa 15 mesi fa) e ancora poco studiato (anche perché la maggior parte degli accordi è segreta): è il diabolico furto di terra e cibo al continente più affamato e povero del mondo. Milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti in concessione per venti, trenta, novant' anni alla Cina, all' India, alla Corea, in cambio di vaghe promesse di investimenti. Seul possiede già 2,3 milioni di ettari, Pechino ne ha comprati 2,1, l' Arabia Saudita 1,6, gli Emirati Arabi 1,3. I protagonisti e anche questa è una novità - sono i governi: da una parte ci sono Paesi che hanno soldi e bisogno di terra. Dall' altra governi poverissimi - e spesso corrotti - che, in cambio di un po' di denaro, tecnologia e qualche infrastruttura, mettono a disposizione senza indugio il bene più prezioso di un continente ancora prevalentemente agricolo: la terra. D' altra parte quasi nessun contadino africano può provare di possedere un terreno. Il diritto formale di proprietà (o di affitto) riguarda dal 2 al 10% delle terre. Nella maggioranza dei casi ci si affida a norme tradizionali, riconosciute localmente, ma non dagli accordi internazionali. E così terre abitate, coltivate e usate come pascolo da generazioni sono considerate inutilizzate. C' è chi si porta da casa anche la manodopera, come la Cina, che ormai dal 2000 sta incentivando l' emigrazione in Africa come soluzione al problema demografico. Nel loro nuovo far west, 800 mila cinesi gestiscono imprese, costruiscono ferrovie, strade, dighe, si appropriano delle materie prime (petrolio, minerali, legno) e piazzano prodotti a buon mercato. Accanto ai governi, ci sono gli investitori privati: dopo la crisi finanziaria, molti hanno iniziato a guardare a beni di investimento più tangibili: il settore in cima alla lista è la terra (cibo e biocarburanti). Non a caso, nell' agosto del 2009, a New York, si è svolta la prima conferenza del commercio mondiale di terre coltivabili... Che cosa succede nelle terre africane quando arrivano gli investitori stranieri? Si passa dall' agricoltura tradizionale - basata sulla diversità, sulle varietà locali, sulle comunità - all' agroindustria: che significa monocolture destinate all' esportazione (riso, soia, olio di palma per biocarburanti...) e ricorso massiccio alla chimica (fertilizzanti e pesticidi). Quando i terreni saranno completamente impoveriti, gli investitori stranieri potranno facilmente spostarsi da un' altra parte. Una formula vecchia, che riporta indietro di cinquant' anni, alla cosiddetta "rivoluzione verde", avviata negli anni Sessanta con i soldi della Fondazione Ford, della Fondazione Rockefeller e della Banca Mondiale per aumentare la produzione di cibo nei Paesi poveri, puntando su tecnologia e monocolture. Le prove del completo fallimento di questa strategia sono incontrovertibili. Un dato su tutti: nel 1970 i sottoalimentati in Africa erano 80 milioni. Dieci anni dopo questo numero è raddoppiato, per raggiungere i 250 milioni di persone nel 2009. Eppure, in nome della sicurezza alimentare, si sta cercando di rilanciarla con il programma Agra (acronimo di "Alliance for a Green Revolution in Africa", ovvero "alleanza per una rivoluzione verde"). Uno dei suoi prodotti simbolo è il riso Nerica ("New Rice for Africa", "nuovo riso per l' Africa"). Un riso che dà alte rese solo se coltivato con tecniche industriali e sostanze chimiche. I semi ( v e n d u t i i n esclusiva da pochissime aziende che fanno soldi a palate) devono essere riacquistati ogni anno. Un sistema i m p r a t i c a b i l e per i piccoli contadini di Paesi come il Mali o la Liberia, che possiedono e si tramandano da generazioni decine di ecotipi tradizionali di riso. Chi c' è dietro questa strategia? I soliti nomi - la F o n d a z i o ne e Rockefeller, la Banca Mondiale, l' Usaid (l' agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti) - e poi un nuovo, potentissimo protagonista: Bill Gates, che ha deciso di dedicarsi alla solidarietà... Il riso è solo un esempio: Agra sta promuovendo decine di varietà selezionate e brevettate (nuove varietà di cassava, sorgo, mais...); le aziende sementiere nascono come funghi; i contadini ricevono pacchetti di sementi e fertilizzanti (gratis per un anno, scontati per altri tre o quattro anni). E i prodotti tradizionali, che hanno nutrito generazioni di contadini africani, scompaiono. Nel 1960 - all' alba della decolonizzazione - i Paesi africani producevano cibo a sufficienza per il consumo domestico, anzi riuscivano addirittura a esportare. Oggi, invece, sono costretti a importare la maggior parte degli alimenti. A Sandaga, il più grande mercato alimentare nell' Africa occidentale (nel cuore di Dakar) si possono comprare frutta e ortaggi portoghesi, spagnoli, italiani, grecia metà del prezzo degli equivalenti locali. E questo vale per tutti i prodotti: dalle ali di pollo degli allevamenti industriali europei al cotone americano al riso tailandese. L' agro-industria occidentale, grazie a giganteschi sussidi pubblici, piazza le proprie eccedenze sottocosto sui mercati poveri, rovinando i contadini locali. In mare la situazione non è meno grave. Le flotte di Europa, Cina, Giappone e Russia devastano i litorali africani, comprando le licenze di pesca dai governi locali e pescando in modo indiscriminato. E così si disgregano le comunità costiere (in Africa vivono di piccola pesca nove milioni di persone): i pescatori si trasformano in operai per le fabbriche del pesce (gestite da compagnie straniere) e spesso sono costretti a vendere le barche a prezzi stracciati ai passeurs di esseri umani. Su queste piccole barche - inadatte alla navigazione in alto mare - ogni anno muoiono migliaia di disperati in cerca di una vita migliore. Insomma, non possiamo fare altro che sottoscrivere le parole del sociologo Jean Ziegler: «Da una parte si organizza la fame in Africa, dall' altra si criminalizzano i rifugiati della fame». E quelle di Thomas Sankara, rivoluzionario e capo del governo del Burkina Faso per qualche anno, prima di essere ucciso nel 1987, in un agguato organizzato dall' attuale presidente: «Bisogna restituire l' Africa agli africani».
CARLO PETRINI
NEL mese di agosto del 2009 il re saudita Abdullah ha festeggiato il primo raccolto di riso realizzato in Etiopia. E al riso seguiranno orzo e grano. Cresciuta in mezzo al deserto come tutti gli Stati del Golfo, l' Arabia Saudita ha scelto di risolvere il problema del cibo accaparrandosi terre coltivabili sull' altra sponda del Mar Rosso, nel Corno d' Africa: in Paesi come l' Etiopia, con 10 milioni di affamati, o come il Sudan, che non riesce a uscire dall' immensa tragedia del Darfur. È un fenomeno nuovo (iniziato circa 15 mesi fa) e ancora poco studiato (anche perché la maggior parte degli accordi è segreta): è il diabolico furto di terra e cibo al continente più affamato e povero del mondo. Milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Sudan e Madagascar sono stati ceduti in concessione per venti, trenta, novant' anni alla Cina, all' India, alla Corea, in cambio di vaghe promesse di investimenti. Seul possiede già 2,3 milioni di ettari, Pechino ne ha comprati 2,1, l' Arabia Saudita 1,6, gli Emirati Arabi 1,3. I protagonisti e anche questa è una novità - sono i governi: da una parte ci sono Paesi che hanno soldi e bisogno di terra. Dall' altra governi poverissimi - e spesso corrotti - che, in cambio di un po' di denaro, tecnologia e qualche infrastruttura, mettono a disposizione senza indugio il bene più prezioso di un continente ancora prevalentemente agricolo: la terra. D' altra parte quasi nessun contadino africano può provare di possedere un terreno. Il diritto formale di proprietà (o di affitto) riguarda dal 2 al 10% delle terre. Nella maggioranza dei casi ci si affida a norme tradizionali, riconosciute localmente, ma non dagli accordi internazionali. E così terre abitate, coltivate e usate come pascolo da generazioni sono considerate inutilizzate. C' è chi si porta da casa anche la manodopera, come la Cina, che ormai dal 2000 sta incentivando l' emigrazione in Africa come soluzione al problema demografico. Nel loro nuovo far west, 800 mila cinesi gestiscono imprese, costruiscono ferrovie, strade, dighe, si appropriano delle materie prime (petrolio, minerali, legno) e piazzano prodotti a buon mercato. Accanto ai governi, ci sono gli investitori privati: dopo la crisi finanziaria, molti hanno iniziato a guardare a beni di investimento più tangibili: il settore in cima alla lista è la terra (cibo e biocarburanti). Non a caso, nell' agosto del 2009, a New York, si è svolta la prima conferenza del commercio mondiale di terre coltivabili... Che cosa succede nelle terre africane quando arrivano gli investitori stranieri? Si passa dall' agricoltura tradizionale - basata sulla diversità, sulle varietà locali, sulle comunità - all' agroindustria: che significa monocolture destinate all' esportazione (riso, soia, olio di palma per biocarburanti...) e ricorso massiccio alla chimica (fertilizzanti e pesticidi). Quando i terreni saranno completamente impoveriti, gli investitori stranieri potranno facilmente spostarsi da un' altra parte. Una formula vecchia, che riporta indietro di cinquant' anni, alla cosiddetta "rivoluzione verde", avviata negli anni Sessanta con i soldi della Fondazione Ford, della Fondazione Rockefeller e della Banca Mondiale per aumentare la produzione di cibo nei Paesi poveri, puntando su tecnologia e monocolture. Le prove del completo fallimento di questa strategia sono incontrovertibili. Un dato su tutti: nel 1970 i sottoalimentati in Africa erano 80 milioni. Dieci anni dopo questo numero è raddoppiato, per raggiungere i 250 milioni di persone nel 2009. Eppure, in nome della sicurezza alimentare, si sta cercando di rilanciarla con il programma Agra (acronimo di "Alliance for a Green Revolution in Africa", ovvero "alleanza per una rivoluzione verde"). Uno dei suoi prodotti simbolo è il riso Nerica ("New Rice for Africa", "nuovo riso per l' Africa"). Un riso che dà alte rese solo se coltivato con tecniche industriali e sostanze chimiche. I semi ( v e n d u t i i n esclusiva da pochissime aziende che fanno soldi a palate) devono essere riacquistati ogni anno. Un sistema i m p r a t i c a b i l e per i piccoli contadini di Paesi come il Mali o la Liberia, che possiedono e si tramandano da generazioni decine di ecotipi tradizionali di riso. Chi c' è dietro questa strategia? I soliti nomi - la F o n d a z i o ne e Rockefeller, la Banca Mondiale, l' Usaid (l' agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti) - e poi un nuovo, potentissimo protagonista: Bill Gates, che ha deciso di dedicarsi alla solidarietà... Il riso è solo un esempio: Agra sta promuovendo decine di varietà selezionate e brevettate (nuove varietà di cassava, sorgo, mais...); le aziende sementiere nascono come funghi; i contadini ricevono pacchetti di sementi e fertilizzanti (gratis per un anno, scontati per altri tre o quattro anni). E i prodotti tradizionali, che hanno nutrito generazioni di contadini africani, scompaiono. Nel 1960 - all' alba della decolonizzazione - i Paesi africani producevano cibo a sufficienza per il consumo domestico, anzi riuscivano addirittura a esportare. Oggi, invece, sono costretti a importare la maggior parte degli alimenti. A Sandaga, il più grande mercato alimentare nell' Africa occidentale (nel cuore di Dakar) si possono comprare frutta e ortaggi portoghesi, spagnoli, italiani, grecia metà del prezzo degli equivalenti locali. E questo vale per tutti i prodotti: dalle ali di pollo degli allevamenti industriali europei al cotone americano al riso tailandese. L' agro-industria occidentale, grazie a giganteschi sussidi pubblici, piazza le proprie eccedenze sottocosto sui mercati poveri, rovinando i contadini locali. In mare la situazione non è meno grave. Le flotte di Europa, Cina, Giappone e Russia devastano i litorali africani, comprando le licenze di pesca dai governi locali e pescando in modo indiscriminato. E così si disgregano le comunità costiere (in Africa vivono di piccola pesca nove milioni di persone): i pescatori si trasformano in operai per le fabbriche del pesce (gestite da compagnie straniere) e spesso sono costretti a vendere le barche a prezzi stracciati ai passeurs di esseri umani. Su queste piccole barche - inadatte alla navigazione in alto mare - ogni anno muoiono migliaia di disperati in cerca di una vita migliore. Insomma, non possiamo fare altro che sottoscrivere le parole del sociologo Jean Ziegler: «Da una parte si organizza la fame in Africa, dall' altra si criminalizzano i rifugiati della fame». E quelle di Thomas Sankara, rivoluzionario e capo del governo del Burkina Faso per qualche anno, prima di essere ucciso nel 1987, in un agguato organizzato dall' attuale presidente: «Bisogna restituire l' Africa agli africani».
CARLO PETRINI
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