Alle radici della
crisi globale
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Tra integralismo religioso e secolarizzazione selvaggia
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di Andrea Ermano
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1. Ho visto ieri delle foto ritraenti la nipotina di Che Guevara: seminuda, con addosso solo due bandoliere caricate a carote. Era uno spot a favore della "rivoluzione vegetariana".
Paolo Rossi dice che gli uomini di spettacolo sono "gente sempre circondata di donne". Anche quando devono governare un grande paese.
Roma evoca nuovamente nel mondo quella perversa temperie che la rese tristemente celebre all'epoca di Papa Borgia e che diede impulso alla Grande Riforma, un miscuglio d'integralismo cattolico e di secolarizzazione selvaggia.
A proposito di secolarizzazione Papa Ratzinger ha tenuto un interessante discorso, su cui magari intessere una bella serie di dialoghi platonici di nuova generazione.
Intanto però sul pianeta Terra si predica e si spara. A Teheran (ma non solo a Teheran) sono state ammazzate un bel po' di persone, tra cui una povera ragazza di nome Neda.
Martirio laico in un mondo in crisi nera, nel quale la secolarizzazione selvaggia del mercato globale e la reazione manesca dell'integralismo religioso si sciolgono come neve al sole: cadono a pezzi, e con loro cade a pezzi anche la falsa dialettica anti-politica a esse legata.
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2. La protesta di Teheran rimbalza in tutto il mondo e suscita lo sdegno generale dell'opinione pubblica. In Iran il sistema teocratico di relazioni sociali, tra i sessi e tra i ceti, combinato con un esito poco cristallino delle elezioni, ha motivato una vasta protesta. La repressione che ne è seguita sta causando centinaia di feriti, centinaia di arresti e un assurdo tributo di morti. Morti ammazzati. Perché? Protestavano.
Protesto anch'io. Mi rifiuto anzitutto di commentare la situazione italiana. Sulla quale covo un sospetto: che essa illustri (per così dire) la catastrofe del liberismo selvaggio e della sua "egemonia culturale", ben riassunta dagli autoscatti delle ragazze "escortes", chiamate ad allietare le feste di Palazzo Grazioli.
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3. Viene in mente un durissimo film dei fratelli Cohen, No country for Old men. Mi sento vecchio in un mondo che "non è un paese per vecchi". Il film coheniano seguiva i meandri insanguinati di un megapacco di soldi provenienti da loschi traffici. Il denaro veniva trovato per caso nel cofano di un'automobile... Ma forse mi confondo. Forse precipitava dal soffitto di un ufficio... E non precipitava in testa a un imprenditore? No. Chiedo scusa. Sono vecchio. Mi confondo. Quello è un altro film... Il Caimano.
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4. Ma quando è iniziato tutto ciò?! La grande ondata del liberismo selvaggio ha preso le mosse più o meno trent'anni fa, quando Khomeini saliva al potere in Iran e Reagan negli USA. Una coincidenza? Non direi.
Il neo-liberismo e il neo-integralismo sono entrambi figli del mondo globalizzato, nati entrambi da una rivoluzione tecnologica che aveva partorito un potere finanziario planetario, onnipotente, privo di freni inibitori e di contrappesi.
Il turbo-capitalismo degli anni Ottanta ha assecondato un moto di collisione tra le placche continentali (chiamiamole così, alla grossa, per capirci) delle diverse civiltà.
Queste "grandi civiltà", intese come quei sistemi culturali continentali in cui il genere umano si articola da millenni, erano fino ad allora rimaste relativamente estranee le une rispetto alle altre. Poi, tutt'a un tratto, in forza delle nuove tecnologie di comunicazione, si sono viste irretite in una bruciante prossimità. Che, con inaudita ruvidezza, le gettava tutte quante sull'arena del villaggio globale, a combattere una battaglia per la quale le singole nazioni risultavano ormai troppo sottodimensionate rispetto alla scala multinazionale della competizione.
Che fare? Urgevano nuovi investimenti identitari su base multinazionale. Fu così che le radici cristiane, ma anche induiste, confuciane, islamiche ecc. apparvero naturalmente utili e preziose a definire orizzonti di identità più vaste, ben oltre quelle angustamente nazionali, ma non meno suscettibili di veicolare profondi coinvolgimenti emotivi di massa.
Le placche continentali smisero di essere i territori di un confronto tra nazioni culturalmente affini e scesero in campo esse stesse in qualità di veri e propri "giocatori".
I global players disponevano ora del sostegno di nuove identità continentali contrapposte ad altre identità continentali nel nuovo ambito di un competizione economica planetaria. Con buona pace della bella retorica sul dialogo tra le grandi religioni mondiali, che venivano massicciamente "funzionalizzate" dentro la turbo-secolarizzazione di un conflitto dai contorni ancora impensati.
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5. Sono consapevole dell'estrema approssimazione di questi pensieri, ma non saprei come altrimenti tratteggiare il nesso essenziale che lega la rivoluzione tecnico-scientifica alle due filiazioni cui accennavo: la secolarizzazione selvaggia del neo-liberismo e la reazione oscurantista portata avanti in modo speculare dal neo-integralismo religioso.
Ciò detto, chi negherà che -- da Wall Street alle piazze di Teheran passando per l'ineffabile "egemonia culturale" della destra italiana come pure per mille altri fenomeni similari – la falsa dialettica tra turbo-secolarizzazione e turbo-integralismo giace ormai realmente in una crisi nera.
La ragioni di ciò son presto dette. Ciascuno dei due poli dialettici si frantuma a causa della propria intima fragilità e poi nessuno dei due regge più nemmeno all'urto reciproco, ancorché in puro stile wrestling.
Ma proprio in questa crisi, così gravida di rischi, c'è una speranza. Perché, se la falsa dialettica riflette l'impossibilità di governare la globalizzazione in forza del potere assoluto, vuoi del potere finanziario sull'homo oeconomicus vuoi del potere religioso sull'homo sacer, allora questa nostra è, deve essere, l'età della Politica.
Infatti, se riflettiamo, volendo prescindere dalla guerra, solo la Politica può configurarsi come un modo per risolvere le terribili tensioni interne alle dimensioni economiche o religiose, non meno che quelle tra l'economia e la vita religiosa o culturale tout court.
Ergo, la Politica in rapporto alla globalizzazione non può che declinarsi in "cosmopolitica", termine filosofico molto antico che rinvia però al problema, per noi attuale, di articolare un governo del mondo globalizzato.
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6. Ma allora forse il socialismo democratico europeo e internazionale è tutt'altro che un vecchio arnese da buttare... L'osservazione può apparire persin ridicola in orecchi contemporanei, guastati dal cicaleccio mediatico, regolato dal rubinetto pubblicitario, azionato a sua volta dal potere del denaro.
Tento sommariamente di motivare questa mia tesi un po' bizzarra.
In primo luogo il socialismo democratico ci parla della giustizia e della libertà di e per tutti gli esseri umani, nessuno escluso.
In secondo luogo il socialismo democratico costituisce una grande, strutturata e diffusa posizione politica globale (e verosimilmente non cesserà di rappresentare una tale realtà, anche se abbia perso il tre per cento dei seggi all'europarlamento di Strasburgo).
In terzo luogo il socialismo democratico può fornire un suo contributo al necessario processo costituente cosmopolita, un contributo tanto più insostituibile in quanto radicato nella lunga tradizione politico-organizzativa del movimento operaio internazionale, una tradizione politico-organizzativa fatta di partiti, sindacati, cooperative e istituzioni culturali operanti in quasi tutti i paesi del mondo.
Sarebbe sciocco spregiare, per biechi interessi parte, il sostegno che i socialisti democratici possono dare a finalità generali, utili cioè al genere umano, quali che esse siano, e fossero pure le "rivoluzioni vegetariane" della nipotina del Che. Poi, chissà, magari, strada facendo -- e sia detto per inciso, con tutto il rispetto per la gens Guevara – potrebbero emergere, al limite, delle priorità, forse anche più urgenti...
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7. Per quanto detto, ritengo che si stia aprendo uno spazio del tutto inedito a sinistra, uno spazio che, intendiamoci, potrebbe anche chiudersi traumaticamente in un mese. Ma si tratta di uno spazio ampio, che mai, da cent'anni a questa parte, era stato così aperto.
Si pensi all'ultimo secolo di storia: prima l'imperialismo e poi la prima guerra mondiale, quindi lo stalinismo e il nazifascismo, poi la seconda guerra mondiale seguita a ruota dalla guerra fredda... Infine, come si diceva, la globalizzazione del turbo-capitalismo nemico di ogni socialità e del neo-integralismo nemico di ogni libertà individuale.
Tutto questo è sostanzialmente finito.
Quindi, lo spazio politico, di per sé, ci sarebbe. Bisogna ora vedere se ci sono anche delle donne e degli uomini in grado di cogliere il senso dell'epoca cosmopolitica nuova.
giovedì 13 agosto 2009
Risorgimento socialista
Giuseppe Tamburrano: Risorgimento socialista
“Dalla sera alla mattina non vale più il principio di fondo
dell’Occidente, ovvero il libero mercato....Proprio coloro
che fin ora avevano rifiutato con veemenza ogni intervento statale,
dalla sera al mattino si sono convertiti: si stanno trasformando
da neo-liberali in socialisti statalisti, almeno per quanto riguarda
singoli punti”: cito Ulrick Beck dal Corriere della sera del 5
novembre 2008.
E’ così. Poco tempo prima che la crisi cominciasse a rivelare la
sua gravità – sono passati solo pochi mesi – la grande maggioranza
della pubblicistica e della politica esaltava le “magnifiche
sorti e progressive” del mercato senza regole e della globalizzazione.
Nei paesi più poveri, specie dell’Africa sub-sahariana si
registravano: aumento generalizzato dei redditi, riduzione delle
fame, della miseria, della mortalità infantile, incremento dell’igiene,
della scolarità, della sicurezza, elevamento degli standard
di libertà e di democrazia.
Questi processi, assistiti da “elaborate” statistiche e precisi indici,
davano ragione al solito Fukuyama: “la storia è finita” col crollo
del comunismo, il mondo è ora unipolare, a modello unico, quello
del mercato americano, globalizzato e unico è il pensiero liberal-
liberista. Per anni il guru di Tony Blair ha dettato legge: e la
legge era: “Il socialismo in quanto tale è un progetto sepolto in
quanto si basava sull’idea che un’economia regolata potesse
sostituire i meccanismi di mercato: un termine privo di senso”.
Così scriveva il “socialista” Anthony Giddens, mentre Tremonti
sosteneva che è privo di senso un mercato senza regole.
Vi erano anche altre statistiche di segno diverso: oltre alle celebrazioni
del capitalismo globalizzato dei seminari di Davos, vi era la
denuncia del Global Forum. Vi erano i fallimenti dei vari programmi
ONU, come il Millenium round che fissava al 2015 il dimezzamento
della povertà nel mondo. E vi erano le opere di agguerriti
scrittori controcorrente, da Beck a Stiglitz, Amartia Sen, Yunus, Gallino,
Reich. Ma il pensiero dominante, se non unico, era quello: il
mercato sovrano e la globalizzazione deregolata trionfano.
A tale pensiero sono stati convertiti i più antichi e incalliti avversari
del capitalismo, i comunisti, che dalla fede nel collettivismo
sono passati, senza un momento di riflessione, alla fede nel liberismo.
Curiosamente racconta di questa conversione Michele Salvati
sul Corriere della sera del 10 marzo 2009 in un articolo dal
titolo significativo: “Ritorno a sinistra”, nel quale, tra l’altro, giustamente
osserva che la sinistra non si può presentare come la
“salvatrice” del sistema perchè ha accettato in pieno il liberismo
“con l’entusiamo che solo un neofita può provare” e non può
quindi pretendere di dire: “l’avevo detto io”. Altrettanto curiosamente,
chi si è tirato fuori per primo dall’altra parte è stato l’intellettuale
ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, colui che
aveva esaltato la finanza creativa.
Non intendo soffermarmi sui fattori della crisi, sulla quale ha sicuramente
inciso la bolla dei subprime. Ma in sostanza la causa più
profonda è stata la “finanza creativa” che si è rivelata distruttiva,
ed è stata messa alla gogna in vetrina dalle retribuzioni da capogiro
intascate dai tanto celebrati manager anche sulle ricapitalizzazioni
con i soldi dei contribuenti erogati per salvare l’impresa
dal crack da loro provocato, come nel caso più noto, ma certo non
unico, dell’AIG. Al paragone i tanto a suo tempo bistrattati manager
– i boiardi – delle Partecipazioni statali italiane sembrano
monachelle.
Le conseguenze sono devastanti: imprese finanziarie che sembravano
indistruttibili sono crollate, due nomi americani – oltre a
>>>> saggi e dibattiti / crisi finanziaria
Risorgimento socialista
>>>> Giuseppe Tamburrano
/ / 26 / /
saggi e dibattiti / / / / mondoperaio 3/2009
AIG – fra tanti, Lehman Brothers, Merrill Lynch sono stati salvati
dallo Stato colossi come la General Motors (ricordate il Presidente
Eisenhower:” quello che va bene per General Motors va
bene per l’America”); la gravissima crisi edilizia (per i subprime);
l’aumento della povertà, delle diseguaglianze e specie della disoccupazione;
la forte diminuzione del reddito globale (in continua
revisione al ribasso. Sono fenomeni che, con diversità nazionali,
investono tutto il mondo produttivo.
Globalizzazione in ritirata
La globalizzazione è in ritirata: Gordon Brown parla di “deglobalizzazione”.
I capitali emigrati rientrano a casa; si privilegiano i
prodotti domestici,“buy american”, si riducono le delocalizzazioni;
cresce la discriminazione verso i lavoratori immigrati; sui venti
Paesi del G.20, diciassette praticano il protezionismo. E tutto
ciò è particolarmente grave in Europa, che è piuttosto un’“concerto”
di nazioni che una “Comunità”, nella quale ognuno fa
ormai a modo suo, e come potenza economica e politica rischia
di retrocedere dietro la Cina: non per nulla si parla ormai di G.20,
USA e Cina, più che di G.8.
E che cosa possono attendersi i paesi poveri se non una ulteriore
riduzione degli aiuti dai paesi ricchi? E che fine faranno i grandi
progetti mondiali di energia verde, di riduzione dei gas inquinanti?
Sulla crisi della globalizzazione nessuna voce è più autorevole
dell’Economist. La copertina del n. 6 del 2009 recitava Il ritorno
del nazionalismo economico e a pag. 9 si legge: “La globalizzazione
sta soffrendo il suo più grosso rovescio nell’era moderna”.
E veniamo ai rimedi che sono disparati, anzi “disperati”. Interessante,
prima di tutto, è la sede in cui si apprestano: non le organizzazioni
economiche e finanziarie, il FMI, il WTO, la Banca
mondiale. No, le terapie si discutono in “casa d’altri”, una casa
guardata finora con ostilità e tenuta alla larga: i governi, i Parlamenti,
lo Stato. Il mercato ha abdicato alla sua sovranità e lo scettro
è passato nelle mani pubbliche. Questa sì che è una rivoluzione
culturale, una rivoluzione “copernicana”. Dalla quale occorre
prendere le mosse per capire gli scenari presenti e futuri.
Le cifre dell’intervento pubblico confermano la svolta epocale.
Non sono riuscito a quantificarle, anche perchè, a parte quelle
approvate dal Congresso americano, le altre sono “in ballo”. Ma
per restare agli Stati Uniti, il dato che sembra certo è il 12% del
PIL impegnato nella ricapitalizzazione delle imprese finanziarie e
industriali e nella caccia ai titoli tossici (con il concorso del capitale
privato). Migliaia di miliardi di dollari. Alcuni senza peli sulla
lingua definiscono queste operazioni come “nazionalizzazioni”.
Si può sottilizzare, tra azioni ordinarie, azioni privilegiate,
obbligazioni, ma la realtà è che queste imprese, afferrate sull’orlo
del baratro, circondate dalla sfiducia del cliente e investite dalla
collera dei cittadini difficilmente potranno restituire quegli enormi
capitali pubblici e tornare ad essere quelle di prima. Come ha
scritto il Times un mondo è finito e non tornerà più.
Sulla “nazionalizzazione” surrettizia di grandi imprese finanziarie
non ci sono dubbi. Che vocabolo usare per definire il rapporto tra
il governo americano e la General Motors? Obama licenzia il
capo del colosso automobilistico, annuncia un grande piano di
risanamento e rende la GM “dipendente” dai programmi del
governo, ad esempio nella politica energetica e ambientale. Lo
stesso ha fatto Sarkozy che ha ottenuto la liquidazione della dirigenza
della Peugeot e vietata la delocalizzazione.
Che capitalismo sarà?
Se il capitalismo non sarà più quello di ieri, che cosa sarà? C’è
poco da scegliere. Le prospettive sono tre: o lo Stato o il mercato
o una forma di economia mista. Il mercato senza regole è morto;
il collettivismo è stramorto. Avremo il paradosso della statizzazione
del capitalismo operata non da Lenin o Palme ma da “lor
signori” dell’establishment? O si realizzerà una forma di collaborazione
tra Stato (sovrano) e mercato?
Cito ancora l’Economist, tempio del liberismo: “Manifestamente
l’opinione pubblica appoggia la regolazione statale” (n. 8, 2009,
p. 58): il titolo di copertina del numero è “The collapse of manufacturing”.
La parola “nazionalizzazione” trova difficoltà sulla bocca dei
capitalisti soprattutto dei turbocapitalisti. Ma è la parola giusta. Se
ne riparlerà quando la crisi sarà superata.
Non c’è nulla di sicuro sullo sbocco della crisi, a causa della sua
gravità. Leggo la prosa di Monti sul Corriere della sera del 22
marzo 2009: c’è una battaglia urgente – scrive – che viene trascurata:
contro gli eccessi e la crescita delle diseguaglianze tra
paesi e nei paesi. Monti cita uno studio dell’ Economist Intelligence
Unit: 95 dei 165 paesi studiati sarebbero “a rischio alto o
molto alto nei prossimi due anni”. E i rischi vengono dalla globalizzazione
(Monti non ne è stato un alfiere?). Purtroppo “gli Stati
hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla
globalizzazione... I poteri pubblici hanno a lungo assistito passivi
agli eccessi del mercato e della finanza. Dinanzi a quella
avanzata hanno ritirato, disarmato lo Stato. E se non recupereranno
la capacità di contenere le diseguaglianze, gli Stati saranno in
gravi difficoltà di fronte alle pesanti conseguenze della crisi”. Si
paventa la rivoluzione? E dov’è Lenin? Ancora più esplicito
Strauss-Kahn: “La crisi farà salire le tensioni sociali. Una minac-
/ / 27 / /
cia che potrà sfociare, in alcuni casi, in una guerra” (Corriere della
sera, 24 marzo 2009). E’ il direttore del Fondo monetario internazionale
che scrive quelle parole.
Le prospettive
Partiamo da due dati: 1) il denaro pubblico diventa prevalente nel
capitale delle imprese; 2) l’impresa privata non è dunque più
“guidata” dalle regole cieche del mercato. Sulla copertina di Newsweek
tempo fa è uscito il titolo “Siamo tutti socialisti”. Evidentemente
la ricapitalizzazione statale di imprese “capitalistiche”
non realizza il socialismo come lo immaginiamo noi. Però ci sono
dei mutamenti culturali che pongono le questioni in modo nuovo.
Il dilemma Stato o mercato è superato e si pone diversamente:
Stato e mercato. Teniamo da parte le teorie riformiste del socialismo,
da Bernstein a Rosselli, da Palme a Bad Godesberg. Teniamo
conto di un solo punto. Se lo Stato contribuisce in modo determinante
alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’impresa non può
certo disinteressarsi della vita e della politica dell’impresa: obiettivi
produttivi, investimenti, salari, dipendenti, ecc. Ed in parte è
quello che fanno in particolare gli Stati Uniti e la Francia. E se è
lo Stato che orienta l’impresa, lo Stato risponde ai suoi azionisti
che sono gli elettori.
Questo è un punto fondamentale: lo Stato – nelle forme pubbliche
più varie: agenzie, comitati e controlli d’azienda, pubbliche consulenze
– orienta la vita economica, sulla base di un mandato ottenuto
dai cittadini e attraverso organismi partecipati. E certamente il
mercato è la bussola sulle preferenze dei consumatori e lo strumento
più efficace ed economico di produrre e distribuire nei campi
suoi propri. E’ la bussola, non il timone. Il timone è nelle mani
dello Stato e il mercato, nei settori in cui prevale il profitto, è lo strumento
neutrale di intervento, è uno strumento sussidiario, funzionale
al servizio dei fini decisi dallo Stato. Insieme ad altri strumenti
pubblici, semipubblici, privati, dalle cooperative al volontariato.
Obama socialista
Se questa è la nuova “ideologia” del capitalismo essa riguarda noi
socialisti molto da vicino: perchè, anche se la cosiddetta sinistra
non se ne è accorta, essa è simile alla “ideologia” del socialismo
riformista che guarda allo strumento dell’intervento pubblico non
nel piano, ma prevalentemente nel mercato. Il punto di partenza
sta nella distinzione tra fini e mezzi. Nella logica pura del liberismo
il mercato individua i fini, cioè le cose da produrre e appresta
il mezzo; la concorrenza è stimolata dal profitto. Nella logica
del socialismo riformista è il cittadino che sceglie i fini. Il fine è
il regno della democrazia e della politica; il mercato è il luogo della
tecnica e dello scambio.
A costo di ripetermi torno al caso Obama-industria automobilistica.
La quale ha scelto di produrre un certo tipo di auto per ricchi.
La crisi ha fatto crollare questo mercato. Obama si impegna a salvare
le imprese a condizione che le auto siano di piccole dimensioni,
a basso consumo energetico e poco inquinanti. Da questa
decisione politica è nato l’accordo Chrysler-Fiat e la ripresa del
mercato. La scelta e gli obiettivi sono pubblici, dello Stato, lo strumento
è il mercato.
Che cosa porteranno nel mondo le conclusioni del G.20 è presto
per dirlo, anche se nei commenti più autorevoli non vi è grande
ottimismo. E’ significativo, però, che le parole chiave sono state
non “globalizzazione” e “deregulation”, ma “governance”, “regole”,
“cooperazione”.
Nel 1997 la Fondazione Nenni ha discusso un progetto di nuovo
socialismo con importanti contributi tra i quali quelli di Giolitti e di
Bobbio. Il testo era astratto perchè dominante era l’ideologia liberista.
Oggi quel testo può essere calato nella realtà di un liberismo
sconfitto e stimolare la ripresa della ricerca e del dibattito nella sinistra
per un nuovo socialismo all’altezza dei tempi. Ma la sinistra si
è accorta della crisi per le sue drammatiche conseguenze, ma non
ha minimamente riflettuto sulle positive prospettive della rinascita
del socialismo che la crisi apre. Si direbbe che Giavazzi ed Alesina
hanno convinto la sinistra ex comunista con la loro opera “Il liberalismo
è di sinistra”: ovviamente di questa “sinistra”.
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mondoperaio 3/2009 / / / / saggi e dibattiti
“Dalla sera alla mattina non vale più il principio di fondo
dell’Occidente, ovvero il libero mercato....Proprio coloro
che fin ora avevano rifiutato con veemenza ogni intervento statale,
dalla sera al mattino si sono convertiti: si stanno trasformando
da neo-liberali in socialisti statalisti, almeno per quanto riguarda
singoli punti”: cito Ulrick Beck dal Corriere della sera del 5
novembre 2008.
E’ così. Poco tempo prima che la crisi cominciasse a rivelare la
sua gravità – sono passati solo pochi mesi – la grande maggioranza
della pubblicistica e della politica esaltava le “magnifiche
sorti e progressive” del mercato senza regole e della globalizzazione.
Nei paesi più poveri, specie dell’Africa sub-sahariana si
registravano: aumento generalizzato dei redditi, riduzione delle
fame, della miseria, della mortalità infantile, incremento dell’igiene,
della scolarità, della sicurezza, elevamento degli standard
di libertà e di democrazia.
Questi processi, assistiti da “elaborate” statistiche e precisi indici,
davano ragione al solito Fukuyama: “la storia è finita” col crollo
del comunismo, il mondo è ora unipolare, a modello unico, quello
del mercato americano, globalizzato e unico è il pensiero liberal-
liberista. Per anni il guru di Tony Blair ha dettato legge: e la
legge era: “Il socialismo in quanto tale è un progetto sepolto in
quanto si basava sull’idea che un’economia regolata potesse
sostituire i meccanismi di mercato: un termine privo di senso”.
Così scriveva il “socialista” Anthony Giddens, mentre Tremonti
sosteneva che è privo di senso un mercato senza regole.
Vi erano anche altre statistiche di segno diverso: oltre alle celebrazioni
del capitalismo globalizzato dei seminari di Davos, vi era la
denuncia del Global Forum. Vi erano i fallimenti dei vari programmi
ONU, come il Millenium round che fissava al 2015 il dimezzamento
della povertà nel mondo. E vi erano le opere di agguerriti
scrittori controcorrente, da Beck a Stiglitz, Amartia Sen, Yunus, Gallino,
Reich. Ma il pensiero dominante, se non unico, era quello: il
mercato sovrano e la globalizzazione deregolata trionfano.
A tale pensiero sono stati convertiti i più antichi e incalliti avversari
del capitalismo, i comunisti, che dalla fede nel collettivismo
sono passati, senza un momento di riflessione, alla fede nel liberismo.
Curiosamente racconta di questa conversione Michele Salvati
sul Corriere della sera del 10 marzo 2009 in un articolo dal
titolo significativo: “Ritorno a sinistra”, nel quale, tra l’altro, giustamente
osserva che la sinistra non si può presentare come la
“salvatrice” del sistema perchè ha accettato in pieno il liberismo
“con l’entusiamo che solo un neofita può provare” e non può
quindi pretendere di dire: “l’avevo detto io”. Altrettanto curiosamente,
chi si è tirato fuori per primo dall’altra parte è stato l’intellettuale
ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, colui che
aveva esaltato la finanza creativa.
Non intendo soffermarmi sui fattori della crisi, sulla quale ha sicuramente
inciso la bolla dei subprime. Ma in sostanza la causa più
profonda è stata la “finanza creativa” che si è rivelata distruttiva,
ed è stata messa alla gogna in vetrina dalle retribuzioni da capogiro
intascate dai tanto celebrati manager anche sulle ricapitalizzazioni
con i soldi dei contribuenti erogati per salvare l’impresa
dal crack da loro provocato, come nel caso più noto, ma certo non
unico, dell’AIG. Al paragone i tanto a suo tempo bistrattati manager
– i boiardi – delle Partecipazioni statali italiane sembrano
monachelle.
Le conseguenze sono devastanti: imprese finanziarie che sembravano
indistruttibili sono crollate, due nomi americani – oltre a
>>>> saggi e dibattiti / crisi finanziaria
Risorgimento socialista
>>>> Giuseppe Tamburrano
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saggi e dibattiti / / / / mondoperaio 3/2009
AIG – fra tanti, Lehman Brothers, Merrill Lynch sono stati salvati
dallo Stato colossi come la General Motors (ricordate il Presidente
Eisenhower:” quello che va bene per General Motors va
bene per l’America”); la gravissima crisi edilizia (per i subprime);
l’aumento della povertà, delle diseguaglianze e specie della disoccupazione;
la forte diminuzione del reddito globale (in continua
revisione al ribasso. Sono fenomeni che, con diversità nazionali,
investono tutto il mondo produttivo.
Globalizzazione in ritirata
La globalizzazione è in ritirata: Gordon Brown parla di “deglobalizzazione”.
I capitali emigrati rientrano a casa; si privilegiano i
prodotti domestici,“buy american”, si riducono le delocalizzazioni;
cresce la discriminazione verso i lavoratori immigrati; sui venti
Paesi del G.20, diciassette praticano il protezionismo. E tutto
ciò è particolarmente grave in Europa, che è piuttosto un’“concerto”
di nazioni che una “Comunità”, nella quale ognuno fa
ormai a modo suo, e come potenza economica e politica rischia
di retrocedere dietro la Cina: non per nulla si parla ormai di G.20,
USA e Cina, più che di G.8.
E che cosa possono attendersi i paesi poveri se non una ulteriore
riduzione degli aiuti dai paesi ricchi? E che fine faranno i grandi
progetti mondiali di energia verde, di riduzione dei gas inquinanti?
Sulla crisi della globalizzazione nessuna voce è più autorevole
dell’Economist. La copertina del n. 6 del 2009 recitava Il ritorno
del nazionalismo economico e a pag. 9 si legge: “La globalizzazione
sta soffrendo il suo più grosso rovescio nell’era moderna”.
E veniamo ai rimedi che sono disparati, anzi “disperati”. Interessante,
prima di tutto, è la sede in cui si apprestano: non le organizzazioni
economiche e finanziarie, il FMI, il WTO, la Banca
mondiale. No, le terapie si discutono in “casa d’altri”, una casa
guardata finora con ostilità e tenuta alla larga: i governi, i Parlamenti,
lo Stato. Il mercato ha abdicato alla sua sovranità e lo scettro
è passato nelle mani pubbliche. Questa sì che è una rivoluzione
culturale, una rivoluzione “copernicana”. Dalla quale occorre
prendere le mosse per capire gli scenari presenti e futuri.
Le cifre dell’intervento pubblico confermano la svolta epocale.
Non sono riuscito a quantificarle, anche perchè, a parte quelle
approvate dal Congresso americano, le altre sono “in ballo”. Ma
per restare agli Stati Uniti, il dato che sembra certo è il 12% del
PIL impegnato nella ricapitalizzazione delle imprese finanziarie e
industriali e nella caccia ai titoli tossici (con il concorso del capitale
privato). Migliaia di miliardi di dollari. Alcuni senza peli sulla
lingua definiscono queste operazioni come “nazionalizzazioni”.
Si può sottilizzare, tra azioni ordinarie, azioni privilegiate,
obbligazioni, ma la realtà è che queste imprese, afferrate sull’orlo
del baratro, circondate dalla sfiducia del cliente e investite dalla
collera dei cittadini difficilmente potranno restituire quegli enormi
capitali pubblici e tornare ad essere quelle di prima. Come ha
scritto il Times un mondo è finito e non tornerà più.
Sulla “nazionalizzazione” surrettizia di grandi imprese finanziarie
non ci sono dubbi. Che vocabolo usare per definire il rapporto tra
il governo americano e la General Motors? Obama licenzia il
capo del colosso automobilistico, annuncia un grande piano di
risanamento e rende la GM “dipendente” dai programmi del
governo, ad esempio nella politica energetica e ambientale. Lo
stesso ha fatto Sarkozy che ha ottenuto la liquidazione della dirigenza
della Peugeot e vietata la delocalizzazione.
Che capitalismo sarà?
Se il capitalismo non sarà più quello di ieri, che cosa sarà? C’è
poco da scegliere. Le prospettive sono tre: o lo Stato o il mercato
o una forma di economia mista. Il mercato senza regole è morto;
il collettivismo è stramorto. Avremo il paradosso della statizzazione
del capitalismo operata non da Lenin o Palme ma da “lor
signori” dell’establishment? O si realizzerà una forma di collaborazione
tra Stato (sovrano) e mercato?
Cito ancora l’Economist, tempio del liberismo: “Manifestamente
l’opinione pubblica appoggia la regolazione statale” (n. 8, 2009,
p. 58): il titolo di copertina del numero è “The collapse of manufacturing”.
La parola “nazionalizzazione” trova difficoltà sulla bocca dei
capitalisti soprattutto dei turbocapitalisti. Ma è la parola giusta. Se
ne riparlerà quando la crisi sarà superata.
Non c’è nulla di sicuro sullo sbocco della crisi, a causa della sua
gravità. Leggo la prosa di Monti sul Corriere della sera del 22
marzo 2009: c’è una battaglia urgente – scrive – che viene trascurata:
contro gli eccessi e la crescita delle diseguaglianze tra
paesi e nei paesi. Monti cita uno studio dell’ Economist Intelligence
Unit: 95 dei 165 paesi studiati sarebbero “a rischio alto o
molto alto nei prossimi due anni”. E i rischi vengono dalla globalizzazione
(Monti non ne è stato un alfiere?). Purtroppo “gli Stati
hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla
globalizzazione... I poteri pubblici hanno a lungo assistito passivi
agli eccessi del mercato e della finanza. Dinanzi a quella
avanzata hanno ritirato, disarmato lo Stato. E se non recupereranno
la capacità di contenere le diseguaglianze, gli Stati saranno in
gravi difficoltà di fronte alle pesanti conseguenze della crisi”. Si
paventa la rivoluzione? E dov’è Lenin? Ancora più esplicito
Strauss-Kahn: “La crisi farà salire le tensioni sociali. Una minac-
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cia che potrà sfociare, in alcuni casi, in una guerra” (Corriere della
sera, 24 marzo 2009). E’ il direttore del Fondo monetario internazionale
che scrive quelle parole.
Le prospettive
Partiamo da due dati: 1) il denaro pubblico diventa prevalente nel
capitale delle imprese; 2) l’impresa privata non è dunque più
“guidata” dalle regole cieche del mercato. Sulla copertina di Newsweek
tempo fa è uscito il titolo “Siamo tutti socialisti”. Evidentemente
la ricapitalizzazione statale di imprese “capitalistiche”
non realizza il socialismo come lo immaginiamo noi. Però ci sono
dei mutamenti culturali che pongono le questioni in modo nuovo.
Il dilemma Stato o mercato è superato e si pone diversamente:
Stato e mercato. Teniamo da parte le teorie riformiste del socialismo,
da Bernstein a Rosselli, da Palme a Bad Godesberg. Teniamo
conto di un solo punto. Se lo Stato contribuisce in modo determinante
alla sopravvivenza e allo sviluppo dell’impresa non può
certo disinteressarsi della vita e della politica dell’impresa: obiettivi
produttivi, investimenti, salari, dipendenti, ecc. Ed in parte è
quello che fanno in particolare gli Stati Uniti e la Francia. E se è
lo Stato che orienta l’impresa, lo Stato risponde ai suoi azionisti
che sono gli elettori.
Questo è un punto fondamentale: lo Stato – nelle forme pubbliche
più varie: agenzie, comitati e controlli d’azienda, pubbliche consulenze
– orienta la vita economica, sulla base di un mandato ottenuto
dai cittadini e attraverso organismi partecipati. E certamente il
mercato è la bussola sulle preferenze dei consumatori e lo strumento
più efficace ed economico di produrre e distribuire nei campi
suoi propri. E’ la bussola, non il timone. Il timone è nelle mani
dello Stato e il mercato, nei settori in cui prevale il profitto, è lo strumento
neutrale di intervento, è uno strumento sussidiario, funzionale
al servizio dei fini decisi dallo Stato. Insieme ad altri strumenti
pubblici, semipubblici, privati, dalle cooperative al volontariato.
Obama socialista
Se questa è la nuova “ideologia” del capitalismo essa riguarda noi
socialisti molto da vicino: perchè, anche se la cosiddetta sinistra
non se ne è accorta, essa è simile alla “ideologia” del socialismo
riformista che guarda allo strumento dell’intervento pubblico non
nel piano, ma prevalentemente nel mercato. Il punto di partenza
sta nella distinzione tra fini e mezzi. Nella logica pura del liberismo
il mercato individua i fini, cioè le cose da produrre e appresta
il mezzo; la concorrenza è stimolata dal profitto. Nella logica
del socialismo riformista è il cittadino che sceglie i fini. Il fine è
il regno della democrazia e della politica; il mercato è il luogo della
tecnica e dello scambio.
A costo di ripetermi torno al caso Obama-industria automobilistica.
La quale ha scelto di produrre un certo tipo di auto per ricchi.
La crisi ha fatto crollare questo mercato. Obama si impegna a salvare
le imprese a condizione che le auto siano di piccole dimensioni,
a basso consumo energetico e poco inquinanti. Da questa
decisione politica è nato l’accordo Chrysler-Fiat e la ripresa del
mercato. La scelta e gli obiettivi sono pubblici, dello Stato, lo strumento
è il mercato.
Che cosa porteranno nel mondo le conclusioni del G.20 è presto
per dirlo, anche se nei commenti più autorevoli non vi è grande
ottimismo. E’ significativo, però, che le parole chiave sono state
non “globalizzazione” e “deregulation”, ma “governance”, “regole”,
“cooperazione”.
Nel 1997 la Fondazione Nenni ha discusso un progetto di nuovo
socialismo con importanti contributi tra i quali quelli di Giolitti e di
Bobbio. Il testo era astratto perchè dominante era l’ideologia liberista.
Oggi quel testo può essere calato nella realtà di un liberismo
sconfitto e stimolare la ripresa della ricerca e del dibattito nella sinistra
per un nuovo socialismo all’altezza dei tempi. Ma la sinistra si
è accorta della crisi per le sue drammatiche conseguenze, ma non
ha minimamente riflettuto sulle positive prospettive della rinascita
del socialismo che la crisi apre. Si direbbe che Giavazzi ed Alesina
hanno convinto la sinistra ex comunista con la loro opera “Il liberalismo
è di sinistra”: ovviamente di questa “sinistra”.
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mondoperaio 3/2009 / / / / saggi e dibattiti
Oligarchie di partito
Loredana Biffo: Oligarchie di partito
dall'avvenire dei lavoratori
Oligarchie di partito,
teorie dell'ordine e del conflitto
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Tra le promesse non mantenute della democrazia Bobbio ha indicato la nascita della società pluralistica, che ora appare più che mai necessaria, per la sopravvivenza della democrazia stessa.
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di Loredana Biffo
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Secondo la “teoria dell'azione razionale”, vige il postulato che l'agire umano sia motivato dalla massimizzazione dei benefici e dalla minimizzazione dei costi, onde evitare l'indeterminazione delle sue previsioni e delle sue spiegazioni, essa postula altresì che gli obiettivi da massimizzare siano materiali: benefici economici, controllo di risorse, di posizioni fruttuose, di prestigio ecc.
Poiché il contesto forgia l'azione che è quindi condizionata, possiamo sostenere che il condizionamento non include solo valori egoistici, ma essi fanno cadere la nostra attenzione sulla persistenza e sulla continuità dei comportamenti. Ne consegue che anche l'azione politica è condizionata dal contesto, che a sua volta è intessuto di consuetudini, valori e tradizioni, il mutamento politico è limitato, in quanto avviene all'interno di una tradizione, di una banda di oscillazione i cui confini sono determinati dalle tradizioni istituzionali, dove le motivazioni individuali finiscono col contare poco. Se il mutamento avviene, esso è originato dalla necessità di adattarsi a cambiamenti sociali avvenuti fuori dell'ambito politico (per esempio la questione del testamento biologico, in cui è evidente la discrasia tra la volontà popolare e la decisione politica).
Le istituzioni sono esse stesse espressioni di valori condivisi, necessari a tenere insieme le società che altrimenti si frantumerebbero, sono sedimentazioni che si formano nel tempo, per trasmissione, ma non può mancare l'adattamento. Sono il risultato di un lento apprendimento collettivo, esse costituiscono vincoli all'azione degli attori politici individuali (leader) e collettivi (partiti), questo finchè l'agire democratico non viene contaminato, finchè la democrazia non viene svuotata dall'interno attraverso meccanismi che rendono obsolete le “forme” democratiche.
La genesi delle regole non si spiega solo in termini di eliminazione degli effetti perversi della combinazione di strategie razionali, ma anche come esito di compromessi tra attori razionali che tendono a conquistare regole del gioco a loro favorevoli, le istituzioni ricadono in una logica che vede la politica come luogo della competizione-conflittualità: servono ad avvantaggiare qualcuno contro qualcun altro o rappresentano un punto di equilibrio tra interessi diversi. La conquista di regole favorevoli è quindi uno dei punti principali di scontro all'interno delle stesse coalizioni, nei partiti di destra e sinistra possono mettersi d'accordo per far passare un sistema elettorale maggioritario con relativo premio di maggioranza che consolidi la loro posizione eliminando i concorrenti minori.
I partiti dovendo tenere in considerazione diverse variabili prima di battersi per un sistema elettorale invece di un' altro, cercano di procurarsi sistemi elettorali che li favoriscano. I sistemi elettorali producono risultati differenti a seconda della realtà politica con cui interagiscono.
Un sistema maggioritario secco a un solo turno non avvantaggia allo stesso modo tutti i grandi partiti, può estendere la rappresentanza di partiti a forte radicamento territoriale e svantaggiare partiti che pur essendo consistenti non riescono però ad arrivare primi, o che arrivano “primissimi” con uno spreco di voti in pochi collegi. Quindi i partiti oltre a battersi per ottenere sistemi elettorali e regole a loro favorevoli, si ingegnano ad usarli al meglio delle loro possibilità; competono per ottenere sistemi elettorali che fungano da moltiplicatore di voti e seggi propri e come demoltiplicatore del rapporto tra voti e seggi degli avversari: ad esempio la soglia di sbarramento alla rappresentanza, un quorum del 4% come in Italia, taglia via i partiti minori, regalano in pratica i loro voti a quelli che superano la soglia.
I partiti che controllano l'esecutivo in un paese ideologicamente diviso tenderanno a tenere sotto controllo il Parlamento con regolamenti che evitino tecniche di ostruzionismo, la pubblica amministrazione (rendendo meno stabili le carriere, accentuando lo spoil system), a dare meno autonomia alla magistratura, tarpandole le ali, a influenzare o peggio manipolare e controllare pesantemente i media. Mentre le opposizioni dovrebbero volere un Parlamento influente, una magistratura indipendente, pubblici amministratori di carriera e una stampa libera. Chi controlla e pensa di controllare a lungo e in modo pervasivo l'esecutivo vorrà sempre più regole che trasmettano più rigidamente la propria volontà agli altri corpi dello stato e alla società civile.
In tal senso i partiti che pensano di non conservare il potere possono trasferire competenze a organi tecnici, meglio se ispirati da ideologie a loro favorevoli: authorities economiche ispirate al liberismo o ad authorities di bioetica in cui prevalgono i principi religiosi. Le varie fazioni concorrenti cercano di aumentare il proprio potere e di stabilizzarlo a scapito di altre, distorcendo i meccanismi della rappresentanza, cosa che porta ad uscire dal quadro democratico.
Poiché la genesi e lo sviluppo dei partiti ha modificato profondamente lo svolgimento delle elezioni, abbiamo una duplice anomalia, da una parte, tra elettori ed eletti si è inserito un terzo soggetto: il partito, non si ha più quindi una interazione dialogica tra eletti ed elettori, tra nazione e parlamento, perchè il partito “terzo incomodo” si è introdotto tra loro modificando radicalmente la natura dei loro rapporti; dall'altra parte, le elezioni avvengono in una fase dicotomica, scelta dei candidati fatta dai partiti, e scelta tra i candidati fatta dagli elettori, riducendo drasticamente il potere degli elettori, che quando si recano alle urne per eleggere i propri governanti si trovano di fronte ad una possibilità di scelta limitata a sua volta da una scelta precedente, potendo scegliere solo tra candidati precedentemente selezionati dai partiti. Sartori evidenzia che così la rappresentanza ha perso in efficacia, e non può essere vista come un rapporto diretto tra elettori ed eletti, ciò significa riconoscere i limiti del potere dell'elettore, in un sistema dove la cooptazione del partito-apparato diventa elezione effettiva. Norberto Bobbio già negli anni Cinquanta, si domandava in quale stato fosse la democrazia se la classe politica non traesse il suo potere direttamente dal consenso popolare, e dette parere negativo, perchè in Italia e anche negli altri regimi democratici, il rapporto tra corpo elettorale e classe politica non è un rapporto diretto, e tra uno e l'altro ci stanno i partiti organizzati, che combinano il metodo elettivo con quello della cooptazione, dicendo quindi soltanto una mezza verità.
Affermare che i candidati vengono selezionati all'interno dei partiti, è anche questa una definizione mezzana rispetto alla verità dei fatti, è necessario soffermarsi sulla domanda: “chi, entro i partiti, effettua concretamente la scelta?”
La selezione non viene fatta dal corpo del partito nel suo complesso, ma nella maggior parte dei casi dai dirigenti nazionali e locali, le cui decisioni gli iscritti si limitano a ratificare. Questo significa che milioni di elettori, votando, fanno una “scelta” tra i candidati “imposti” loro da un esiguo numero di “capi partito” locali o nazionali, il più delle volte dalle poche decine di persone che contano veramente nella classe politica del paese, per dirla con Bryce (che descrisse nella seconda metà dell'Ottocento gli Stati Uniti d'America nel loro metodo di elezione delle cariche): “Gli stessi uomini sono sempre rieletti, perchè tengono nelle loro mani le fila del movimento, perchè sono più al corrente e si occupano più degli altri degli affari del partito”.
Max weber nella sua “riflessione sul partito politico”, sosteneva che inevitabilmente la formazione del programma e delle liste dei candidati si trova nelle mani di una minoranza, che al vertice di ogni partito politico si trova un “nucleo stabile” di professionisti della politica, guidato da un capo o da un gruppo di notabili coadiuvato da un esteso apparato burocratico:
“Questo nucleo determina di volta in volta il programma, la procedura e i candidati, su queste decisioni la base esercita generalmente un'influenza molto scarsa, anche in una forma molto democratica di organizzazione di un partito di massa, almeno la massa degli elettori, ma in misura abbastanza consistente anche quella dei semplici iscritti, non partecipa (o partecipa in maniera solo formale) alla determinazione dei programmi e alla scelta dei candidati”.
Nella celebre “Legge ferrea delle oligarchie” Robert Michels, sostiene che “organizzazione” significa oligarchia, che è di per se stessa la causa del predominio degli eletti sugli elettori, dei mandatari sui mandanti. Infatti Michels riprende la altrettanto celebre critica di Rosseau al sistema rappresentativo, secondo la quale appena si è dato dei rappresentanti, il popolo “non è più libero”. Ma anche se molti punti della sua interpretazione paiono confermare che il bersaglio polemico di Michels sia semplicemete la democrazia rappresentativa applicata al partito, la cosa non è così vera, piuttosto la si usa in modo giustificazionista per dare a intendere che il problema dell'oligarchia è intrinseco alla natura del potere ed è perciò ineliminabile. Apparentemente Michels sembra non credere non solo alla democrazia indiretta, ma nemmeno a quella diretta, perchè nemmeno questa riuscirebbe a fare a meno dei “capi”, come una assemblea popolare non può fare a meno di una autorità che stabilisca l'ordine del giorno, e stando alle leggi della psicologia di massa, una grande assemblea è esposta all'influenza del linguaggio demagogico e preda di abili e spregiudicati oratori. Perfino i referendum sono manipolabili dai capi partito, a mezzo di una formulazione delle domande e una interpretazione interessata dei risultati. La democrazia rappresentativa vista come tradimento della democrazia vera, quella diretta, è quindi impossibile. Questa critica alla democrazia rappresentativa condotta da Michels può apparire incomprensibile a chi vede oggi la democrazia rappresentativa come l'unica possibile, in realtà essa diventa comprensibile e condivisibile se la critica viene fatta in base alla accezione di “oligarchia chiusa”, dove il termine oligarchia sta ad indicare un gruppo dirigente chiuso, che si perpetua al potere con mezzi leciti, ma soprattutto illeciti e che si rinnova soltanto attraverso la pratica della “cooptazione”. Possiamo ragionevolmente sostenere che vi è in tale esercizio del potere una degenerazione della democrazia, che si trasforma in “forma di governo autocratica”, dove i leaders si isolano, formando gli uni con gli altri dei “patti difensivi”, erigendo un muro che solo quelli a loro graditi possono scalare; ovviamente chi è giunto ai vertici del partito cercherà in tutti i modi di reiterare la propria posizione di dominio, circondandosi di nuove difese, sottraendosi al controllo di massa e soprattutto alla giurisdizione. Il risultato sarà la formazione di una leadership stabile e inamovibile, chiusa nell'isolamento di una casta che si rigenera con la cooptazione.
Sono molti i metodi per conservare il potere anche quando c'è malcontento anche nella base del partito, quando è crescente l'insoddisfazione, si limita la libertà di espressione all'interno del partito, screditando gli oppositori, etichettandoli come demagoghi, incompetenti, irresponsabili, che mettono a rischio l'unità del partito. Si possono manipolare le elezioni al momento del rinnovo degli organismi dirigenti escludendo dalla competizione gli sfidanti più pericolosi; candidando alle elezioni per il parlamento soltanto coloro che sono ritenuti totalmente fedeli. Se poi, gli sforzi non fossero stati sufficienti a impedire l'opposizione interna, non la si affronta direttamente nella battaglia congressuale, ma la si indebolisce preventivamente attraverso la cooptazione di una parte dei suoi esponenti, di conseguenza non si esaurisce mai la lotta per il potere, nemmeno con l'avvento di un nuovo gruppo dirigente, piuttosto si assimila qualche soggetto nuovo nel vecchio gruppo dirigente.
Pur ritenendola una inevitabile conseguenza dell'oligarchia, Michels si rammaricava della mancanza di democrazia all'interno dei partiti, mentre molti in seguito hanno addotto questo a giustificazione di tale mancanza, ritenendo il carattere autocratico dei partiti un fatto irrilevante e fisiologico. Come osserva Bryce nel mondo della politica coloro che detengono il potere sono una ristretta minoranza, all'interno dei partiti affidare il potere ad un nucleo ristretto di capi è una necessità imposta dalla lotta per il potere. Analogamente Max Weber sostiene che un partito è sempre un organismo in lotta per il potere, ed è quindi organizzato in modo molto rigido e autoritario, e che se un partito si organizza in modo autocratico, gli altri partiti dovranno fare altrettanto per non essere meno efficienti nella lotta per il potere.
Sartori sostiene che se come diceva Schumpeter, la democrazia è la forma di governo in cui minoranze organizzate, cioè i partiti, competono per il governo, chiedendo il voto alla maggioranza disorganizzata degli elettori, ne abbiamo che questi ultimi hanno il potere di assegnare la vittoria all'una o all'altra delle minoranze in competizione, questo potere non viene diminuito dal fatto che le minoranze in competizione siano governate in modo autocratico. Secondo questo punto di vista Michels sbagliava a cercare la democrazia dove non è importante, cioè dentro i partiti, perchè la democrazia deve essere cercata nel rapporto tra partiti, si ha una forma di governo democratica quando le masse sono ragionevolmente libere scegliere di entro una rosa di èlites politiche in competizione tra loro, cioè i partiti.
In realtà si può falsificare questo ragionamento, ipotizzando un sistema bipartitico o anche bipolare, cioè composto da due coalizioni compatte; se un elettore è deluso della condotta del partito di appartenenza, ma è legato ai valori che esso rappresenta, ed è molto contrario agli interessi sostenuti dal partito avversario, difficilmente trasferirà il suo voto a quest'ultimo che da sempre osteggia. In questo caso l'elettore non ha la possibilità di scelta di cui parla Sartori, bensì può fare solo due cose: formare un nuovo partito che deve essere abbastanza forte da raggiungere almeno il parlamento, oppure restare nel proprio partito battendosi per cambiarne la politica e il gruppo dirigente. Poiché la prima impresa è molto difficile soprattutto in un sistema bipartitico, gli resta solo la seconda, questo è quello che Hirschman definisce “voice”, cioè protesta. Però la battaglia sarà tanto più difficile quanto più il partito è governato in modo autocratico e dominato da una oligarchia chiusa che tende a sottrarsi alla lotta politica aperta spegnendo sul nascere tutti i tentativi di opposizione, in tal caso l'elettore deluso, potrebbe abbandonare ogni interesse per la politica, cadendo nell'apatia e disertare le urne; questo sarebbe un grave danno alla democrazia, ed è sotto gli occhi di tutti il fatto che tale fenomeno è in aumento.
Un partito che si voglia definire democratico, deve essere un partito nel quale la lotta per la conquista delle posizioni di potere e le battaglie per i programmi e i valori, devono svolgersi in piena libertà e non essere inibiti o peggio soffocati, pur all'interno di regole; perchè sostenere che un partito è fragile nello scontro con gli altri significa ritenere la lotta politica interna, che deve essere condotta democraticamente, come un elemento negativo e di debolezza, significa giudicare negativamente il conflitto, riesumando le “Teorie dell'ordine”, come se non avessero prodotto abbastanza danni, sarebbe un modo di agire contrario e opposto a quello che si può trovare nel pensiero liberale, nella grande tradizione (come ci insegna Bobbio) del liberalismo di Kant, John Stuart Mill, Luigi Einaudi e tutti coloro che hanno sempre visto nel conflitto un importante e fondamentale fattore di miglioramento. Non si può in democrazia prescindere dalla “lotta” in tutte le sue forme: economica sotto forma di concorrenza,, ideologica all'interno di dibattito delle idee, politica, in forma di contrasto di parti all'interno di uno stato. Sarebbe deleterio e pericoloso soffocare il conflitto, come del resto hanno insegnato tutti i grandi filosofi della politica, da Platone a Hobbes, che la ritenevano importante al punto di stimolarla e proteggerla oltre che regolarla per non lasciarla degenerare nella disgregazione delle società tutte.
Luigi Einaudi scrisse: “ Conformismo, concordia, leggi repressive degli abusi della stampa sono sinonimi e indici di decadenza civile. Lotte di parte, critica, anticonformismo, libertà di stampa preannunziano le epoche di ascensione dei popoli e degli stati”.
Che altro è la protesta se non lotta politica all'interno del partito, la quale può svilupparsi liberamente soltanto in un partito governato democraticamente?
Hirschman a ragione, considera la “protesta” voice, il rimedio principe alla crisi dei partiti, oltre che degli stati, le proteste che i membri insoddisfatti di un partito muovono contro i propri dirigenti possono, anzi devono, spingere questi ultimi ad attuare i cambiamenti necessari per rendere il partito più competitivo ed arrestarne l' altrimenti inevitabile declino.
Sono queste buone ragioni per sostenere che la democrazia all'interno dei partiti sia tanto necessaria per la democraticità del sistema complessivo, quanto indispensabile per la sopravvivenza e l'identità dei partiti medesimi, nonostante ciò, tutto sembra confermare che nelle nostre democrazie i partiti a dispetto delle trasformazioni sociali subite dai tempi di Michels, hanno continuato e continuano tutt'ora ad essere gestiti in modo oligarchico, Tra le promesse non mantenute della democrazia Bobbio ha indicato la nascita della società pluralistica, che ora appare più che mai necessaria, per la sopravvivenza della stessa.
dall'avvenire dei lavoratori
Oligarchie di partito,
teorie dell'ordine e del conflitto
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Tra le promesse non mantenute della democrazia Bobbio ha indicato la nascita della società pluralistica, che ora appare più che mai necessaria, per la sopravvivenza della democrazia stessa.
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di Loredana Biffo
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Secondo la “teoria dell'azione razionale”, vige il postulato che l'agire umano sia motivato dalla massimizzazione dei benefici e dalla minimizzazione dei costi, onde evitare l'indeterminazione delle sue previsioni e delle sue spiegazioni, essa postula altresì che gli obiettivi da massimizzare siano materiali: benefici economici, controllo di risorse, di posizioni fruttuose, di prestigio ecc.
Poiché il contesto forgia l'azione che è quindi condizionata, possiamo sostenere che il condizionamento non include solo valori egoistici, ma essi fanno cadere la nostra attenzione sulla persistenza e sulla continuità dei comportamenti. Ne consegue che anche l'azione politica è condizionata dal contesto, che a sua volta è intessuto di consuetudini, valori e tradizioni, il mutamento politico è limitato, in quanto avviene all'interno di una tradizione, di una banda di oscillazione i cui confini sono determinati dalle tradizioni istituzionali, dove le motivazioni individuali finiscono col contare poco. Se il mutamento avviene, esso è originato dalla necessità di adattarsi a cambiamenti sociali avvenuti fuori dell'ambito politico (per esempio la questione del testamento biologico, in cui è evidente la discrasia tra la volontà popolare e la decisione politica).
Le istituzioni sono esse stesse espressioni di valori condivisi, necessari a tenere insieme le società che altrimenti si frantumerebbero, sono sedimentazioni che si formano nel tempo, per trasmissione, ma non può mancare l'adattamento. Sono il risultato di un lento apprendimento collettivo, esse costituiscono vincoli all'azione degli attori politici individuali (leader) e collettivi (partiti), questo finchè l'agire democratico non viene contaminato, finchè la democrazia non viene svuotata dall'interno attraverso meccanismi che rendono obsolete le “forme” democratiche.
La genesi delle regole non si spiega solo in termini di eliminazione degli effetti perversi della combinazione di strategie razionali, ma anche come esito di compromessi tra attori razionali che tendono a conquistare regole del gioco a loro favorevoli, le istituzioni ricadono in una logica che vede la politica come luogo della competizione-conflittualità: servono ad avvantaggiare qualcuno contro qualcun altro o rappresentano un punto di equilibrio tra interessi diversi. La conquista di regole favorevoli è quindi uno dei punti principali di scontro all'interno delle stesse coalizioni, nei partiti di destra e sinistra possono mettersi d'accordo per far passare un sistema elettorale maggioritario con relativo premio di maggioranza che consolidi la loro posizione eliminando i concorrenti minori.
I partiti dovendo tenere in considerazione diverse variabili prima di battersi per un sistema elettorale invece di un' altro, cercano di procurarsi sistemi elettorali che li favoriscano. I sistemi elettorali producono risultati differenti a seconda della realtà politica con cui interagiscono.
Un sistema maggioritario secco a un solo turno non avvantaggia allo stesso modo tutti i grandi partiti, può estendere la rappresentanza di partiti a forte radicamento territoriale e svantaggiare partiti che pur essendo consistenti non riescono però ad arrivare primi, o che arrivano “primissimi” con uno spreco di voti in pochi collegi. Quindi i partiti oltre a battersi per ottenere sistemi elettorali e regole a loro favorevoli, si ingegnano ad usarli al meglio delle loro possibilità; competono per ottenere sistemi elettorali che fungano da moltiplicatore di voti e seggi propri e come demoltiplicatore del rapporto tra voti e seggi degli avversari: ad esempio la soglia di sbarramento alla rappresentanza, un quorum del 4% come in Italia, taglia via i partiti minori, regalano in pratica i loro voti a quelli che superano la soglia.
I partiti che controllano l'esecutivo in un paese ideologicamente diviso tenderanno a tenere sotto controllo il Parlamento con regolamenti che evitino tecniche di ostruzionismo, la pubblica amministrazione (rendendo meno stabili le carriere, accentuando lo spoil system), a dare meno autonomia alla magistratura, tarpandole le ali, a influenzare o peggio manipolare e controllare pesantemente i media. Mentre le opposizioni dovrebbero volere un Parlamento influente, una magistratura indipendente, pubblici amministratori di carriera e una stampa libera. Chi controlla e pensa di controllare a lungo e in modo pervasivo l'esecutivo vorrà sempre più regole che trasmettano più rigidamente la propria volontà agli altri corpi dello stato e alla società civile.
In tal senso i partiti che pensano di non conservare il potere possono trasferire competenze a organi tecnici, meglio se ispirati da ideologie a loro favorevoli: authorities economiche ispirate al liberismo o ad authorities di bioetica in cui prevalgono i principi religiosi. Le varie fazioni concorrenti cercano di aumentare il proprio potere e di stabilizzarlo a scapito di altre, distorcendo i meccanismi della rappresentanza, cosa che porta ad uscire dal quadro democratico.
Poiché la genesi e lo sviluppo dei partiti ha modificato profondamente lo svolgimento delle elezioni, abbiamo una duplice anomalia, da una parte, tra elettori ed eletti si è inserito un terzo soggetto: il partito, non si ha più quindi una interazione dialogica tra eletti ed elettori, tra nazione e parlamento, perchè il partito “terzo incomodo” si è introdotto tra loro modificando radicalmente la natura dei loro rapporti; dall'altra parte, le elezioni avvengono in una fase dicotomica, scelta dei candidati fatta dai partiti, e scelta tra i candidati fatta dagli elettori, riducendo drasticamente il potere degli elettori, che quando si recano alle urne per eleggere i propri governanti si trovano di fronte ad una possibilità di scelta limitata a sua volta da una scelta precedente, potendo scegliere solo tra candidati precedentemente selezionati dai partiti. Sartori evidenzia che così la rappresentanza ha perso in efficacia, e non può essere vista come un rapporto diretto tra elettori ed eletti, ciò significa riconoscere i limiti del potere dell'elettore, in un sistema dove la cooptazione del partito-apparato diventa elezione effettiva. Norberto Bobbio già negli anni Cinquanta, si domandava in quale stato fosse la democrazia se la classe politica non traesse il suo potere direttamente dal consenso popolare, e dette parere negativo, perchè in Italia e anche negli altri regimi democratici, il rapporto tra corpo elettorale e classe politica non è un rapporto diretto, e tra uno e l'altro ci stanno i partiti organizzati, che combinano il metodo elettivo con quello della cooptazione, dicendo quindi soltanto una mezza verità.
Affermare che i candidati vengono selezionati all'interno dei partiti, è anche questa una definizione mezzana rispetto alla verità dei fatti, è necessario soffermarsi sulla domanda: “chi, entro i partiti, effettua concretamente la scelta?”
La selezione non viene fatta dal corpo del partito nel suo complesso, ma nella maggior parte dei casi dai dirigenti nazionali e locali, le cui decisioni gli iscritti si limitano a ratificare. Questo significa che milioni di elettori, votando, fanno una “scelta” tra i candidati “imposti” loro da un esiguo numero di “capi partito” locali o nazionali, il più delle volte dalle poche decine di persone che contano veramente nella classe politica del paese, per dirla con Bryce (che descrisse nella seconda metà dell'Ottocento gli Stati Uniti d'America nel loro metodo di elezione delle cariche): “Gli stessi uomini sono sempre rieletti, perchè tengono nelle loro mani le fila del movimento, perchè sono più al corrente e si occupano più degli altri degli affari del partito”.
Max weber nella sua “riflessione sul partito politico”, sosteneva che inevitabilmente la formazione del programma e delle liste dei candidati si trova nelle mani di una minoranza, che al vertice di ogni partito politico si trova un “nucleo stabile” di professionisti della politica, guidato da un capo o da un gruppo di notabili coadiuvato da un esteso apparato burocratico:
“Questo nucleo determina di volta in volta il programma, la procedura e i candidati, su queste decisioni la base esercita generalmente un'influenza molto scarsa, anche in una forma molto democratica di organizzazione di un partito di massa, almeno la massa degli elettori, ma in misura abbastanza consistente anche quella dei semplici iscritti, non partecipa (o partecipa in maniera solo formale) alla determinazione dei programmi e alla scelta dei candidati”.
Nella celebre “Legge ferrea delle oligarchie” Robert Michels, sostiene che “organizzazione” significa oligarchia, che è di per se stessa la causa del predominio degli eletti sugli elettori, dei mandatari sui mandanti. Infatti Michels riprende la altrettanto celebre critica di Rosseau al sistema rappresentativo, secondo la quale appena si è dato dei rappresentanti, il popolo “non è più libero”. Ma anche se molti punti della sua interpretazione paiono confermare che il bersaglio polemico di Michels sia semplicemete la democrazia rappresentativa applicata al partito, la cosa non è così vera, piuttosto la si usa in modo giustificazionista per dare a intendere che il problema dell'oligarchia è intrinseco alla natura del potere ed è perciò ineliminabile. Apparentemente Michels sembra non credere non solo alla democrazia indiretta, ma nemmeno a quella diretta, perchè nemmeno questa riuscirebbe a fare a meno dei “capi”, come una assemblea popolare non può fare a meno di una autorità che stabilisca l'ordine del giorno, e stando alle leggi della psicologia di massa, una grande assemblea è esposta all'influenza del linguaggio demagogico e preda di abili e spregiudicati oratori. Perfino i referendum sono manipolabili dai capi partito, a mezzo di una formulazione delle domande e una interpretazione interessata dei risultati. La democrazia rappresentativa vista come tradimento della democrazia vera, quella diretta, è quindi impossibile. Questa critica alla democrazia rappresentativa condotta da Michels può apparire incomprensibile a chi vede oggi la democrazia rappresentativa come l'unica possibile, in realtà essa diventa comprensibile e condivisibile se la critica viene fatta in base alla accezione di “oligarchia chiusa”, dove il termine oligarchia sta ad indicare un gruppo dirigente chiuso, che si perpetua al potere con mezzi leciti, ma soprattutto illeciti e che si rinnova soltanto attraverso la pratica della “cooptazione”. Possiamo ragionevolmente sostenere che vi è in tale esercizio del potere una degenerazione della democrazia, che si trasforma in “forma di governo autocratica”, dove i leaders si isolano, formando gli uni con gli altri dei “patti difensivi”, erigendo un muro che solo quelli a loro graditi possono scalare; ovviamente chi è giunto ai vertici del partito cercherà in tutti i modi di reiterare la propria posizione di dominio, circondandosi di nuove difese, sottraendosi al controllo di massa e soprattutto alla giurisdizione. Il risultato sarà la formazione di una leadership stabile e inamovibile, chiusa nell'isolamento di una casta che si rigenera con la cooptazione.
Sono molti i metodi per conservare il potere anche quando c'è malcontento anche nella base del partito, quando è crescente l'insoddisfazione, si limita la libertà di espressione all'interno del partito, screditando gli oppositori, etichettandoli come demagoghi, incompetenti, irresponsabili, che mettono a rischio l'unità del partito. Si possono manipolare le elezioni al momento del rinnovo degli organismi dirigenti escludendo dalla competizione gli sfidanti più pericolosi; candidando alle elezioni per il parlamento soltanto coloro che sono ritenuti totalmente fedeli. Se poi, gli sforzi non fossero stati sufficienti a impedire l'opposizione interna, non la si affronta direttamente nella battaglia congressuale, ma la si indebolisce preventivamente attraverso la cooptazione di una parte dei suoi esponenti, di conseguenza non si esaurisce mai la lotta per il potere, nemmeno con l'avvento di un nuovo gruppo dirigente, piuttosto si assimila qualche soggetto nuovo nel vecchio gruppo dirigente.
Pur ritenendola una inevitabile conseguenza dell'oligarchia, Michels si rammaricava della mancanza di democrazia all'interno dei partiti, mentre molti in seguito hanno addotto questo a giustificazione di tale mancanza, ritenendo il carattere autocratico dei partiti un fatto irrilevante e fisiologico. Come osserva Bryce nel mondo della politica coloro che detengono il potere sono una ristretta minoranza, all'interno dei partiti affidare il potere ad un nucleo ristretto di capi è una necessità imposta dalla lotta per il potere. Analogamente Max Weber sostiene che un partito è sempre un organismo in lotta per il potere, ed è quindi organizzato in modo molto rigido e autoritario, e che se un partito si organizza in modo autocratico, gli altri partiti dovranno fare altrettanto per non essere meno efficienti nella lotta per il potere.
Sartori sostiene che se come diceva Schumpeter, la democrazia è la forma di governo in cui minoranze organizzate, cioè i partiti, competono per il governo, chiedendo il voto alla maggioranza disorganizzata degli elettori, ne abbiamo che questi ultimi hanno il potere di assegnare la vittoria all'una o all'altra delle minoranze in competizione, questo potere non viene diminuito dal fatto che le minoranze in competizione siano governate in modo autocratico. Secondo questo punto di vista Michels sbagliava a cercare la democrazia dove non è importante, cioè dentro i partiti, perchè la democrazia deve essere cercata nel rapporto tra partiti, si ha una forma di governo democratica quando le masse sono ragionevolmente libere scegliere di entro una rosa di èlites politiche in competizione tra loro, cioè i partiti.
In realtà si può falsificare questo ragionamento, ipotizzando un sistema bipartitico o anche bipolare, cioè composto da due coalizioni compatte; se un elettore è deluso della condotta del partito di appartenenza, ma è legato ai valori che esso rappresenta, ed è molto contrario agli interessi sostenuti dal partito avversario, difficilmente trasferirà il suo voto a quest'ultimo che da sempre osteggia. In questo caso l'elettore non ha la possibilità di scelta di cui parla Sartori, bensì può fare solo due cose: formare un nuovo partito che deve essere abbastanza forte da raggiungere almeno il parlamento, oppure restare nel proprio partito battendosi per cambiarne la politica e il gruppo dirigente. Poiché la prima impresa è molto difficile soprattutto in un sistema bipartitico, gli resta solo la seconda, questo è quello che Hirschman definisce “voice”, cioè protesta. Però la battaglia sarà tanto più difficile quanto più il partito è governato in modo autocratico e dominato da una oligarchia chiusa che tende a sottrarsi alla lotta politica aperta spegnendo sul nascere tutti i tentativi di opposizione, in tal caso l'elettore deluso, potrebbe abbandonare ogni interesse per la politica, cadendo nell'apatia e disertare le urne; questo sarebbe un grave danno alla democrazia, ed è sotto gli occhi di tutti il fatto che tale fenomeno è in aumento.
Un partito che si voglia definire democratico, deve essere un partito nel quale la lotta per la conquista delle posizioni di potere e le battaglie per i programmi e i valori, devono svolgersi in piena libertà e non essere inibiti o peggio soffocati, pur all'interno di regole; perchè sostenere che un partito è fragile nello scontro con gli altri significa ritenere la lotta politica interna, che deve essere condotta democraticamente, come un elemento negativo e di debolezza, significa giudicare negativamente il conflitto, riesumando le “Teorie dell'ordine”, come se non avessero prodotto abbastanza danni, sarebbe un modo di agire contrario e opposto a quello che si può trovare nel pensiero liberale, nella grande tradizione (come ci insegna Bobbio) del liberalismo di Kant, John Stuart Mill, Luigi Einaudi e tutti coloro che hanno sempre visto nel conflitto un importante e fondamentale fattore di miglioramento. Non si può in democrazia prescindere dalla “lotta” in tutte le sue forme: economica sotto forma di concorrenza,, ideologica all'interno di dibattito delle idee, politica, in forma di contrasto di parti all'interno di uno stato. Sarebbe deleterio e pericoloso soffocare il conflitto, come del resto hanno insegnato tutti i grandi filosofi della politica, da Platone a Hobbes, che la ritenevano importante al punto di stimolarla e proteggerla oltre che regolarla per non lasciarla degenerare nella disgregazione delle società tutte.
Luigi Einaudi scrisse: “ Conformismo, concordia, leggi repressive degli abusi della stampa sono sinonimi e indici di decadenza civile. Lotte di parte, critica, anticonformismo, libertà di stampa preannunziano le epoche di ascensione dei popoli e degli stati”.
Che altro è la protesta se non lotta politica all'interno del partito, la quale può svilupparsi liberamente soltanto in un partito governato democraticamente?
Hirschman a ragione, considera la “protesta” voice, il rimedio principe alla crisi dei partiti, oltre che degli stati, le proteste che i membri insoddisfatti di un partito muovono contro i propri dirigenti possono, anzi devono, spingere questi ultimi ad attuare i cambiamenti necessari per rendere il partito più competitivo ed arrestarne l' altrimenti inevitabile declino.
Sono queste buone ragioni per sostenere che la democrazia all'interno dei partiti sia tanto necessaria per la democraticità del sistema complessivo, quanto indispensabile per la sopravvivenza e l'identità dei partiti medesimi, nonostante ciò, tutto sembra confermare che nelle nostre democrazie i partiti a dispetto delle trasformazioni sociali subite dai tempi di Michels, hanno continuato e continuano tutt'ora ad essere gestiti in modo oligarchico, Tra le promesse non mantenute della democrazia Bobbio ha indicato la nascita della società pluralistica, che ora appare più che mai necessaria, per la sopravvivenza della stessa.
Benvenuti nella «recessione X»
COME RIEMERGERE DALLA CRISI
Chi crede che questa recessione abbia un andamento «a V» è fondamentalmente ottimista: guardando alle crisi precedenti conclude che più la crisi è rapida, più veloce sarà il recupero. Dato che l' economia è andata giù a picco alla fine dello scorso autunno, ci si potrebbe attendere che si rivitalizzi all' inizio del prossimo anno. Purtroppo i sostenitori di questa teoria prendono in considerazione crisi con caratteristiche diverse da quella attuale. Se si analizzano le recessioni iniziate con lo scoppio di una gigantesca bolla speculativa, si vede che la ripresa è lenta, perché nel periodo più nero il valore degli asset è così basso che gli investitori riacquistano fiducia solo un po' alla volta. A questo punto sembra avere maggior credito chi, prudentemente, pensa a una recessione a forma di «U». Personalmente, non mi schiero con nessuna delle due posizioni, perché in una crisi così profonda come quella attuale la ripresa non dipende dagli investitori. Dipende dai consumatori che negli Stati Uniti, dopo tutto, rappresentano il 70 per cento dell' economia. E questa volta sono veramente malmessi. Finché i consumatori non torneranno a livelli ragionevoli di reddito e quindi ricominceranno a spendere, non ci sarà ripresa. Il problema è che ricominceranno a spendere solo quando avranno soldi in tasca e saranno abbastanza tranquilli. Ora, però, non solo non hanno soldi, ma è anche difficile prevedere dove potranno trovarne. Non possono fare prestiti. Il valore delle loro case è crollato, per cui non possono fare mutui o chiedere finanziamenti garantiti dalla casa. La disoccupazione continua a crescere e il numero di ore lavorate a diminuire. Chi può risparmia. Chi non può cerca di sopravvivere in qualche modo. Prima o poi i consumatori dovranno sostituire le automobili e gli elettrodomestici vecchi, ma una ripresa non può basarsi su queste sostituzioni. Non ci si possono attendere investimenti significativi senza che ci sia un buon numero di consumatori disposto a comprare cose nuove. E non si può neanche contare sulle esportazioni, perché la crisi è un problema globale e tutta l' economia mondiale si sta contraendo. Quali sono allora le mie previsioni? Né una recessione a V né una recessione a U, semmai una «X». Quest' economia, così com' è, non può ripartire perché la strada che ha finora seguito, salari medi immobili o in calo, consumatori sempre più indebitati e insicurezza crescente, per non parlare dell' aumento dell' anidride carbonica nell' atmosfera, semplicemente non è più sostenibile. La X indica una strada completamente nuova. Una nuova economia. Come sarà? In questo momento non siamo in grado di immaginarlo. traduzione di Maria Sepa © Ips
Reich Robert
Chi crede che questa recessione abbia un andamento «a V» è fondamentalmente ottimista: guardando alle crisi precedenti conclude che più la crisi è rapida, più veloce sarà il recupero. Dato che l' economia è andata giù a picco alla fine dello scorso autunno, ci si potrebbe attendere che si rivitalizzi all' inizio del prossimo anno. Purtroppo i sostenitori di questa teoria prendono in considerazione crisi con caratteristiche diverse da quella attuale. Se si analizzano le recessioni iniziate con lo scoppio di una gigantesca bolla speculativa, si vede che la ripresa è lenta, perché nel periodo più nero il valore degli asset è così basso che gli investitori riacquistano fiducia solo un po' alla volta. A questo punto sembra avere maggior credito chi, prudentemente, pensa a una recessione a forma di «U». Personalmente, non mi schiero con nessuna delle due posizioni, perché in una crisi così profonda come quella attuale la ripresa non dipende dagli investitori. Dipende dai consumatori che negli Stati Uniti, dopo tutto, rappresentano il 70 per cento dell' economia. E questa volta sono veramente malmessi. Finché i consumatori non torneranno a livelli ragionevoli di reddito e quindi ricominceranno a spendere, non ci sarà ripresa. Il problema è che ricominceranno a spendere solo quando avranno soldi in tasca e saranno abbastanza tranquilli. Ora, però, non solo non hanno soldi, ma è anche difficile prevedere dove potranno trovarne. Non possono fare prestiti. Il valore delle loro case è crollato, per cui non possono fare mutui o chiedere finanziamenti garantiti dalla casa. La disoccupazione continua a crescere e il numero di ore lavorate a diminuire. Chi può risparmia. Chi non può cerca di sopravvivere in qualche modo. Prima o poi i consumatori dovranno sostituire le automobili e gli elettrodomestici vecchi, ma una ripresa non può basarsi su queste sostituzioni. Non ci si possono attendere investimenti significativi senza che ci sia un buon numero di consumatori disposto a comprare cose nuove. E non si può neanche contare sulle esportazioni, perché la crisi è un problema globale e tutta l' economia mondiale si sta contraendo. Quali sono allora le mie previsioni? Né una recessione a V né una recessione a U, semmai una «X». Quest' economia, così com' è, non può ripartire perché la strada che ha finora seguito, salari medi immobili o in calo, consumatori sempre più indebitati e insicurezza crescente, per non parlare dell' aumento dell' anidride carbonica nell' atmosfera, semplicemente non è più sostenibile. La X indica una strada completamente nuova. Una nuova economia. Come sarà? In questo momento non siamo in grado di immaginarlo. traduzione di Maria Sepa © Ips
Reich Robert
Teoria dei sistemi
I sistemi dei viventi sono sostanzialmente aperti in quanto, continuamente riforniti di materia ed energia , restituiscono prodotti non utilizzabili ed energia degradata a calore a bassa temperatura; sono sistemi complessi che si distinguono da tutti gli altri per il gran numero di variabili coinvolte intermedie tra quelle molecolari (regolate dalla indeterminazione) e quelle macroscopiche.
Si tratta di sistemi stazionari, sempre lontani dall' equilibrio, che possono passare da uno stato stazionario ad un altro e devono essere costantemente riforniti di energia.
Prigogine teorizza sistemi aperti lontani dall' equilibrio termodinamico in grado di generare strutture dissipative in opportune condizioni, sottolineando la necessità del carattere non lineare della transizione e l' importanza delle fluttuazioni per il raggiungimento di uno stato stabile diverso dall' equilibrio termodinamico.
Secondo Prigogine tanto più vi è lontananza dall'equilibrio tanto più la materia è attiva "la materia è cieca in prossimità dell'equilibrio, ma lontana dall' equilibrio comincia a vedere"
L' esempio più semplice e forse studiato è quello di un sistema chimico:
[ A] «[ X] «[ F] all'equilibrio le transizioni in tutti i versi si equivalgono
Se si opera all'interno di un reattore chimico ,attraverso flussi di materia , possiamo fissare i valori di concentrazione di [ A] ed [ F] nel modo opportuno. Cosa succede degli intermedi [X] ?
Essendo le reazioni chimiche in genere non lineari per ogni valore di [ A] ed [ F] esistono molte possibili soluzioni per la concentrazione degli intermedi e tra queste una sola corrisponde all'equilibrio temodinamico ed alla entropia massima , tanto più ci si allontana dall'equilibrio tanto più si producono fenomeni di reazioni oscillanti, strutture spaziali nuove, nuove organizzazioni spazio temporali dette strutture dissipative.
Nel punto di biforcazione corrispondente ad un determinato valore di [A]/[F] il ramo termodinamico definito a partire dalla concentrazione degli intermedi, diventa instabile, mentre diventa stabile una nuova soluzione (il ramo d)
In chimica le condizioni necessarie per la comparsa delle strutture dissipative sono essenzialmente: · Distanza critica dall'equilibrio al di sotto della quale il ramo termodinamico è stabile, senza biforcazione · Esistenza di tappe catalitiche Queste condizioni sono soddisfatte da ogni vivente, anche il più semplice in quanto gli enzimi assicurano una ricchezza di reazioni catalitiche senza eguali nel mondo inorganico.
Le biforcazioni sono origine di rottura di simmetria , autoorganizzazione delle strutture dissipative, la freccia del tempo svolge un ruolo essenziale nella formazione di strutture: i sistemi autoorganizzati sono capaci di adattamento, reagiscono a variazioni ambientali con una risposta flessibile alla perturbazione Ora i sistemi chimico-fisici sono sostanzialmente ripetitivi, quelli biologici hanno componenti non ripetitive (SNC non è un gas di neuroni)
SISTEMI VIVENTI
Consideriamo i casi più semplici come una popolazione di esemplari con 5000 geni strutturali ( pochi, come una Drosophila) con mediamente 2 alleli per ogni gene avrà un numero aploide di gameti 25000 cioè circa 101500 contro 1079 nucleoni stimati nell'universo dai cosmologi. Per una popolazione batterica c'è poca differenza, perciò il numero di genotipi possibili è sterminato rispetto al numero di individui di una popolazione.
Le proprietà della popolazione nascono dalle interazioni e relazioni delle parti tra loro e con l'ambiente, sono frutto di sistemi biochimici complessi che lavorano lontano dall'equilibrio, le novità che emergono nelle diverse condizioni possono generare variazione. Nei sistemi viventi, ci sono diversi tipi di instabilità sostanzialmente chimica, instabilità causate da circuiti autoregolativi catalitici capaci di agire con meccanismo feedback negativo o rafforzativo, instabilità che possono spingere i sistemi stessi ancora più lontani dall'equilibrio fino ai limiti di stabilità con biforcazioni caratterizzate da nuove strutture, le cui forme spontanee generano evoluzione. In questa visione la forza della evoluzione non è tanto rappresentata da eventi fortuiti, ma dalla tendenza intrinseca dei sistemi viventi a dare manifestazioni di ordine entro sistemi complessi. Ad esempio le popolazioni batteriche, uniche forme di vita sulla terra per più di 2 miliardi di anni, hanno inventato le biotecnologie essenziali. La mutazione genetica è sicuramente fattore evolutivo, ma la frequenza spontanea è bassa. I batteri hanno sperimentato altre strade efficaci, infatti un certo numero di elementi genici entrano ed escono dal cromosoma batterico influenzandone sia la struttura che la funzione (DNA ricombinante, plasmidi, fagi) e questi frammenti possono essere scambiati spontaneamente e liberamente in una rete globale di scambi di grandissima efficacia. L'efficacia di queste forme di autoorganizzazione è più importante per l'adattamento che la mutazione, vedi ad esempio la resistenza agli antibiotici. Perciò la modifica di tappe catalitiche in un sistema di non equilibrio può portare a tante soluzioni- strategie possibili, di cui alcune possono coevolvere con il contesto. Anche per i cromosomi eucarioti, così come per quello batterico, si sono dimostrati fenomeni di riaggiustamento, delezione, giunzione ecc, quindi possibilità evidenti anche in ontogenesi di adattamento. Ad esempio i linfociti contengono i geni che codificano per gli anticorpi . Non ci sono abbastanza geni per codificare per tutte le proteine o tutti i glucidi potenziali antigeni. Le IG sono costituite da catene polipeptidiche con una regione costante, selezionata per filogenesi e regioni variabili, selezionate in ontogenesi, tenute insieme da segmenti di giunzione, i geni che codificano per i filamenti risultano assemblati casualmente, ma possono anche essere spostati e riordinati a partire da minigeni, oltre 100 per le reg. variabili, 12 per quelle di diversità, 4 per le giunzioni . Durante la maturazione del sistema immunitario ogni cellula riarrangia casualmente, per spostamento, questi minigeni con 4800 possibili varietà di catene lunghe e 400 combinazioni fondamentali per quelle più corte. La diversità di catene pesanti e leggere fornisce la possibilità di 4800 x 400 diverse classi di anticorpi, incrementate ultreriormente dalla attività catalitica di aggiunta di segmenti di DNA nelle regioni variabili. Sistema complesso lontano dall'equilibrio, presenza di fluttuazioni entro una dinamica non lineare, catalisi sono perciò anche i parametri che permettono di capire come la funzione ( resistenza al non self) sia un successo evolutivo. Le proprietà del sistema immunitario non si possono comprendere attraverso l'analisi delle singole parti, sono proprietà del tutto che nessuna delle sue parti possiede, la ricerca si incentra non sui mattoni, ma sui principi di organizzazione, in quanto le proprietà generali nascono da interazioni e relazioni tra le parti. Ad ogni livello di complessità dei sistemi esistono proprietà non osservabili ai livelli inferiori. E si tratta sempre di sistemi complessi di non equilibrio. Analogamente si può ragionare per il cervello: non è possibile comprenderlo completamente con una specie di ingegneria al contrario, considerando le sue componenti o spezzando il suo codice.
"…non è una macchina, né l'implementazione di un programma per computer. ….è invece un sistema selezionistico, in cui la selezione agisce sulle variazioni nel tempo somatico, ovvero nel corso della vita di un individuo …" (G.Edelman)
Infatti i SN individuali mostrano una enorme variabilità strutturale e funzionale a livello molecolare, anatomico, comportamentale. L'enorme ricchezza e complessità di interazioni possibili non può essere imputabile ad una serie di informazioni codificate, un hardware adeguato . La selezione all'interno di popolazioni di neuroni ha ruolo chiave nello sviluppo della funzione. la variazione non è rumore, sovrapposto a procedure programmate. Ad esempio l'evoluzione di un gran numero di neurotrasmettitori aumenta di molto il numero di circuiti possibili all'interno di una data rete anatomica: base necessaria per gli eventi di selezione. Il mondo inoltre degli stimoli e delle esperienze dopo la nascita non puiò essere descritto adeguatamente come informazione preesistente, pronta ad essere elaborata. Occorre una alternativa all'istruzionismo = TNGS , popolazionistica come quella clonale di Burnett. La capacità di un organismo di categorizzare in un mondo privo di etichette e di comportarsi in modo adattativo non nasce da istruzioni trasferite, ma da processi di selezione basati su variazione/ fluttuazione. Secondo TNGS nel cervello avviene una continua generazione di diversità, con processi di selezione attivi a livelli diversi. Nell'embrione e nello sviluppo variazione e selezione agiscono durante la migrazione di neuroni, la morte cellulare, la formazione di sinapsi: nel corso dello sviluppo la perdita di sinapsi è incredibile. Nell'adulto selezione e variazione determinano l'amplificazione differenziale della efficacia delle sinapsi, con integrazione tra mappe.
Selezione durante lo sviluppo
Diversità strutturali dei SN sono frutto di maturazione epigenetica, non rigidamente programmati dal codice. Molecole morforegolatrici: CAM e SAM regolano migrazione e adesione, divisione, morte cellulare estensione e contrazione dei prolungamenti. Influenzano pertanto le interazioni cellulari. Molecole sottoposte a vincoli locali epigenetici. Inevitabile la diversità (repertori primari)
Selezione durante l'esperienza
Una volta formatasi la rete dei repertori primari, le attività di gruppi di neuroni attivi continuano as essere selezionate dinamicamente per mutamento sinaptico legato a comportamento ed esperienza, per amplificazione di popolazioni di sinapsi attraverso il rafforzamento o indebolimento , senza grandi mutamenti anatomici. I segnali ambientali, le esperienze selezionano perciò altre popolazioni (repertori secondari)
Segnalazione rientrante
La categorizzazione degli stimoli originati nel mondo non è presente prima della selezione dei gruppi di neuroni, ma se le correlazioni neuronali devono garantire un comportamento adattativo, devono riflettere le proprietà spazio-temporali del mondo reale. Ciò si ottiene con segnalazione-mappatura rientrante. Segnali tra recettori e SNC permettono di garantire la regolarità spazio temporale. La coordinazione tra mappe diverse è possibile attraverso scambio e correlazione di segnali tramite rientro, una sorta di segnalazione parallela, bidirezionale e ricorsiva tra gruppi di neuroni tra corteccia e corteccia, tra corteccia, gangli basali e cervelletto. Il rientro è diverso dal feedback per lo più utilizzato in biotecnologie naturali per correggere errori. Il rientro in parallelo agisce attraverso connessioni ordinate nel tempo: la attivazione simultanea di gruppi neuronali nella mappa per un definito stimolo sommati agli effetti di precedenti rientri aumentano la probabilità di rafforzare alcune connessioni tra gruppi instaurando una correlazione.
Pertanto
· I sistemi viventi si comportano come sistemi dissipativi
· La vita è possibile solo lontano dall'equilibrio
· L' evoluzione è lenta ma non continua
· Genoma e pool genico sono una rete autoorganizzantesi in grado di produrre nuove forme
· L'ordine deriva da filogenesi, ontogenesi, ma è anche epigenetico
· Ambiente ed organismi coevolvono attraverso competizione + cooperazione + creazione di novità e reciproco adattamento.
Si tratta di sistemi stazionari, sempre lontani dall' equilibrio, che possono passare da uno stato stazionario ad un altro e devono essere costantemente riforniti di energia.
Prigogine teorizza sistemi aperti lontani dall' equilibrio termodinamico in grado di generare strutture dissipative in opportune condizioni, sottolineando la necessità del carattere non lineare della transizione e l' importanza delle fluttuazioni per il raggiungimento di uno stato stabile diverso dall' equilibrio termodinamico.
Secondo Prigogine tanto più vi è lontananza dall'equilibrio tanto più la materia è attiva "la materia è cieca in prossimità dell'equilibrio, ma lontana dall' equilibrio comincia a vedere"
L' esempio più semplice e forse studiato è quello di un sistema chimico:
[ A] «[ X] «[ F] all'equilibrio le transizioni in tutti i versi si equivalgono
Se si opera all'interno di un reattore chimico ,attraverso flussi di materia , possiamo fissare i valori di concentrazione di [ A] ed [ F] nel modo opportuno. Cosa succede degli intermedi [X] ?
Essendo le reazioni chimiche in genere non lineari per ogni valore di [ A] ed [ F] esistono molte possibili soluzioni per la concentrazione degli intermedi e tra queste una sola corrisponde all'equilibrio temodinamico ed alla entropia massima , tanto più ci si allontana dall'equilibrio tanto più si producono fenomeni di reazioni oscillanti, strutture spaziali nuove, nuove organizzazioni spazio temporali dette strutture dissipative.
Nel punto di biforcazione corrispondente ad un determinato valore di [A]/[F] il ramo termodinamico definito a partire dalla concentrazione degli intermedi, diventa instabile, mentre diventa stabile una nuova soluzione (il ramo d)
In chimica le condizioni necessarie per la comparsa delle strutture dissipative sono essenzialmente: · Distanza critica dall'equilibrio al di sotto della quale il ramo termodinamico è stabile, senza biforcazione · Esistenza di tappe catalitiche Queste condizioni sono soddisfatte da ogni vivente, anche il più semplice in quanto gli enzimi assicurano una ricchezza di reazioni catalitiche senza eguali nel mondo inorganico.
Le biforcazioni sono origine di rottura di simmetria , autoorganizzazione delle strutture dissipative, la freccia del tempo svolge un ruolo essenziale nella formazione di strutture: i sistemi autoorganizzati sono capaci di adattamento, reagiscono a variazioni ambientali con una risposta flessibile alla perturbazione Ora i sistemi chimico-fisici sono sostanzialmente ripetitivi, quelli biologici hanno componenti non ripetitive (SNC non è un gas di neuroni)
SISTEMI VIVENTI
Consideriamo i casi più semplici come una popolazione di esemplari con 5000 geni strutturali ( pochi, come una Drosophila) con mediamente 2 alleli per ogni gene avrà un numero aploide di gameti 25000 cioè circa 101500 contro 1079 nucleoni stimati nell'universo dai cosmologi. Per una popolazione batterica c'è poca differenza, perciò il numero di genotipi possibili è sterminato rispetto al numero di individui di una popolazione.
Le proprietà della popolazione nascono dalle interazioni e relazioni delle parti tra loro e con l'ambiente, sono frutto di sistemi biochimici complessi che lavorano lontano dall'equilibrio, le novità che emergono nelle diverse condizioni possono generare variazione. Nei sistemi viventi, ci sono diversi tipi di instabilità sostanzialmente chimica, instabilità causate da circuiti autoregolativi catalitici capaci di agire con meccanismo feedback negativo o rafforzativo, instabilità che possono spingere i sistemi stessi ancora più lontani dall'equilibrio fino ai limiti di stabilità con biforcazioni caratterizzate da nuove strutture, le cui forme spontanee generano evoluzione. In questa visione la forza della evoluzione non è tanto rappresentata da eventi fortuiti, ma dalla tendenza intrinseca dei sistemi viventi a dare manifestazioni di ordine entro sistemi complessi. Ad esempio le popolazioni batteriche, uniche forme di vita sulla terra per più di 2 miliardi di anni, hanno inventato le biotecnologie essenziali. La mutazione genetica è sicuramente fattore evolutivo, ma la frequenza spontanea è bassa. I batteri hanno sperimentato altre strade efficaci, infatti un certo numero di elementi genici entrano ed escono dal cromosoma batterico influenzandone sia la struttura che la funzione (DNA ricombinante, plasmidi, fagi) e questi frammenti possono essere scambiati spontaneamente e liberamente in una rete globale di scambi di grandissima efficacia. L'efficacia di queste forme di autoorganizzazione è più importante per l'adattamento che la mutazione, vedi ad esempio la resistenza agli antibiotici. Perciò la modifica di tappe catalitiche in un sistema di non equilibrio può portare a tante soluzioni- strategie possibili, di cui alcune possono coevolvere con il contesto. Anche per i cromosomi eucarioti, così come per quello batterico, si sono dimostrati fenomeni di riaggiustamento, delezione, giunzione ecc, quindi possibilità evidenti anche in ontogenesi di adattamento. Ad esempio i linfociti contengono i geni che codificano per gli anticorpi . Non ci sono abbastanza geni per codificare per tutte le proteine o tutti i glucidi potenziali antigeni. Le IG sono costituite da catene polipeptidiche con una regione costante, selezionata per filogenesi e regioni variabili, selezionate in ontogenesi, tenute insieme da segmenti di giunzione, i geni che codificano per i filamenti risultano assemblati casualmente, ma possono anche essere spostati e riordinati a partire da minigeni, oltre 100 per le reg. variabili, 12 per quelle di diversità, 4 per le giunzioni . Durante la maturazione del sistema immunitario ogni cellula riarrangia casualmente, per spostamento, questi minigeni con 4800 possibili varietà di catene lunghe e 400 combinazioni fondamentali per quelle più corte. La diversità di catene pesanti e leggere fornisce la possibilità di 4800 x 400 diverse classi di anticorpi, incrementate ultreriormente dalla attività catalitica di aggiunta di segmenti di DNA nelle regioni variabili. Sistema complesso lontano dall'equilibrio, presenza di fluttuazioni entro una dinamica non lineare, catalisi sono perciò anche i parametri che permettono di capire come la funzione ( resistenza al non self) sia un successo evolutivo. Le proprietà del sistema immunitario non si possono comprendere attraverso l'analisi delle singole parti, sono proprietà del tutto che nessuna delle sue parti possiede, la ricerca si incentra non sui mattoni, ma sui principi di organizzazione, in quanto le proprietà generali nascono da interazioni e relazioni tra le parti. Ad ogni livello di complessità dei sistemi esistono proprietà non osservabili ai livelli inferiori. E si tratta sempre di sistemi complessi di non equilibrio. Analogamente si può ragionare per il cervello: non è possibile comprenderlo completamente con una specie di ingegneria al contrario, considerando le sue componenti o spezzando il suo codice.
"…non è una macchina, né l'implementazione di un programma per computer. ….è invece un sistema selezionistico, in cui la selezione agisce sulle variazioni nel tempo somatico, ovvero nel corso della vita di un individuo …" (G.Edelman)
Infatti i SN individuali mostrano una enorme variabilità strutturale e funzionale a livello molecolare, anatomico, comportamentale. L'enorme ricchezza e complessità di interazioni possibili non può essere imputabile ad una serie di informazioni codificate, un hardware adeguato . La selezione all'interno di popolazioni di neuroni ha ruolo chiave nello sviluppo della funzione. la variazione non è rumore, sovrapposto a procedure programmate. Ad esempio l'evoluzione di un gran numero di neurotrasmettitori aumenta di molto il numero di circuiti possibili all'interno di una data rete anatomica: base necessaria per gli eventi di selezione. Il mondo inoltre degli stimoli e delle esperienze dopo la nascita non puiò essere descritto adeguatamente come informazione preesistente, pronta ad essere elaborata. Occorre una alternativa all'istruzionismo = TNGS , popolazionistica come quella clonale di Burnett. La capacità di un organismo di categorizzare in un mondo privo di etichette e di comportarsi in modo adattativo non nasce da istruzioni trasferite, ma da processi di selezione basati su variazione/ fluttuazione. Secondo TNGS nel cervello avviene una continua generazione di diversità, con processi di selezione attivi a livelli diversi. Nell'embrione e nello sviluppo variazione e selezione agiscono durante la migrazione di neuroni, la morte cellulare, la formazione di sinapsi: nel corso dello sviluppo la perdita di sinapsi è incredibile. Nell'adulto selezione e variazione determinano l'amplificazione differenziale della efficacia delle sinapsi, con integrazione tra mappe.
Selezione durante lo sviluppo
Diversità strutturali dei SN sono frutto di maturazione epigenetica, non rigidamente programmati dal codice. Molecole morforegolatrici: CAM e SAM regolano migrazione e adesione, divisione, morte cellulare estensione e contrazione dei prolungamenti. Influenzano pertanto le interazioni cellulari. Molecole sottoposte a vincoli locali epigenetici. Inevitabile la diversità (repertori primari)
Selezione durante l'esperienza
Una volta formatasi la rete dei repertori primari, le attività di gruppi di neuroni attivi continuano as essere selezionate dinamicamente per mutamento sinaptico legato a comportamento ed esperienza, per amplificazione di popolazioni di sinapsi attraverso il rafforzamento o indebolimento , senza grandi mutamenti anatomici. I segnali ambientali, le esperienze selezionano perciò altre popolazioni (repertori secondari)
Segnalazione rientrante
La categorizzazione degli stimoli originati nel mondo non è presente prima della selezione dei gruppi di neuroni, ma se le correlazioni neuronali devono garantire un comportamento adattativo, devono riflettere le proprietà spazio-temporali del mondo reale. Ciò si ottiene con segnalazione-mappatura rientrante. Segnali tra recettori e SNC permettono di garantire la regolarità spazio temporale. La coordinazione tra mappe diverse è possibile attraverso scambio e correlazione di segnali tramite rientro, una sorta di segnalazione parallela, bidirezionale e ricorsiva tra gruppi di neuroni tra corteccia e corteccia, tra corteccia, gangli basali e cervelletto. Il rientro è diverso dal feedback per lo più utilizzato in biotecnologie naturali per correggere errori. Il rientro in parallelo agisce attraverso connessioni ordinate nel tempo: la attivazione simultanea di gruppi neuronali nella mappa per un definito stimolo sommati agli effetti di precedenti rientri aumentano la probabilità di rafforzare alcune connessioni tra gruppi instaurando una correlazione.
Pertanto
· I sistemi viventi si comportano come sistemi dissipativi
· La vita è possibile solo lontano dall'equilibrio
· L' evoluzione è lenta ma non continua
· Genoma e pool genico sono una rete autoorganizzantesi in grado di produrre nuove forme
· L'ordine deriva da filogenesi, ontogenesi, ma è anche epigenetico
· Ambiente ed organismi coevolvono attraverso competizione + cooperazione + creazione di novità e reciproco adattamento.
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